February, 2008

The rest is still unwritten

Ieri è stata una giornata pesante, una di quelle in cui il lavoro sembra che ti arrivi addosso tutto insieme.
Di solito quando mi ritrovo con trenta cose da fare mi pare di farne solo venti e tutte male (l’ottimismo diventa un optional).
E così sono tornata a casa distrutta, più tardi del previsto, prendendo un treno che per i miei gusti fa troppe fermate (in realtà ne fa tre in più, non sono tante, ma è tutta colpa della parentesi precedente).
Mentre attraversavo un posto che si chiama Secugnago (ma che cacchio di nome è?) l’iPod Touch (che ormai è diventato un’estensione del mio corpo) ha tirato fuori Time Bomb dei Rancid.
Ska-punk. Quel genere di musica dovrebbe chiamarsi così e, quando facevo i primi anni di università, non ascoltavo altro.
Era il periodo dei tanti concerti, quello della storia “diciamo d’amore” con il mio migliore amico (mai mettersi con il migliore amico, che dopo rimanere migliori amici richiede tempo e fatica). Era il periodo in cui studiavo tutto il giorno per poi fare l’alba quasi ogni notte (dormivo pochissimo porca miseria) e in cui io e lui iniziavamo a pogare nella mia vecchia stanza (che poi io sono sempre stata una schiappa a pogare, ma questa è tutta un’altra storia) per finire a fare l’amore o sesso o non saprei. Oh, insomma, non l’ho capito all’epoca, figuriamoci se riesco a capirlo adesso.
Comunque, ricordo che allora mi sentivo sempre piena di energie, fenomeno che a quanto pare non si sta riproponendo ora.
E su questo pensiero dal sapore un po’ amaro i Rancid hanno smesso di urlare.
Ho spento l’iPod, ché non volevo ascoltare altro, e sono scesa dal treno.
Ho recuperato la bici sotto la pensilina e pedalando verso casa ho iniziato a cantare, sempre più forte, fino ad urlare o quasi.
Una volta aperta la porta mia figlia mi è corsa incontro con quella sua andatura da piccolo anatroccolo saltellante gridando “Mammmmaaaaaaaaaaa!” (con tante “a”, mi raccomando) e tutto il pessimismo accumulato durante la giornata se n’è andato lasciando il posto ad un’energia che evidentemente stavo conservando per qualcosa che meritasse davvero.
Alle volte non faccio in tempo a convincermi di una sensazione che subito vengo smentita e, proprio in quelle volte, mi viene da pensare che riuscire a cambiare idea sia una cosa veramente fantastica.

Addendum: stasera partecipo alla GGD, ovvero la Girl Geek Dinner, e sono tra le 20 fortunate (su 100) che potranno presentarsi con un cavaliere.
Io vado con il cavaliere migliore di tutti, ecco.
Sono proprio curiosa di vedere cosa mai potrà mai uscire fuori da una serata del genere.

Signs

Quando si arriva a Milano con un treno da sud-est si è obbligati a passare davanti a San Donato Milanese.
Il posto di per sé non ha niente di particolare ma è impossibile non notarlo.
Dopo tanti campi compaiono in successione questi palazzi alti ed enormi.
C’è quello bianco della BMW, quelli di vetro delle varie assicurazioni, c’è la sede dell’ENI con i giardini pensili su più livelli (mi affascina particolarmente nonostante sia veramente orrendo) e il Crowne Plaza Hotel che spicca sullo svincolo della tangenziale.
Nulla di veramente apprezzabile a livello architettonico ma io li ho sempre considerati un punto di riferimento.
Quando arrivavo da Roma con un uno dei tanti eurostar li guardavo e pensavo “oh, meno male, sono finalmente a Milano” e il cuore iniziava ad accelerare perchè di lì a poco avrei visto l’uomo che amavo.
Ora sono diventati un “devo alzarmi e mettermi il cappotto che Rogoredo è dietro l’angolo”.
Ormai quei giganti di cemento fanno parte di una routine giornaliera che esiste solo al di là di un finestrino di un vagone del regionale e la cosa, pur non sapendo perché, mi fa sorridere.

Entropy

Ho entrambi i cellulari con la batteria a terra e improvvisamente mi sento come se fossi un po’ fuori dal mondo.
La sensazione di per sé non è affatto male a dirla tutta.
Quasi quasi mi godo questa quiete e li tengo spenti per il resto della giorn’…
Bene, dopo aver anche solo pensato sta cavolata vado in cerca dei caricabatteria per questi due cellulari completamente diversi.
Mi serve almeno un “in bocca al lupo”, grazie.

Torino, Barcamp

Il camp di Torino non è facile da riassumere.
E’ che c’è altro oltre ai talk, oltre ai portatili sulle ginocchia e al wi-fi che funziona un’ora sì e un’ora no.
C’è quello spirito che non si riesce a definire o a raccontare, così, per farvi capire meglio, ho deciso di portarvi con me indietro di un giorno.
Sono la vostra guida.
Mi raccomando non fate casino che non mi piace ripetermi.

Il circolo dei lettori è un posto incantevole: sale antiche dai soffitti altissimi, enormi lampadari di vetro e finestre che riescono a dare la giusta luce a tutto.
In un angolo c’è un pianoforte a coda che proprio non posso fare a meno di suonare di nascosto. Non credo di aver mai poggiato le dita su uno strumento del genere, il richiamo è davvero troppo forte.
Tutto ha un sapore di tempi passati tranne questi singolari dondoli di vimini che mi permettono di far due chiacchere in tutta tranquillità con chi non vedo da un po’.
Ma per quanto sia splendido il posto passo a descrivervi la compagnia.
Sembra quasi impossibile, ma vi posso assicurare che migliora nel tempo.
Infatti non riesco a non cercare il sorriso di Andrea tra la folla per fargli una linguaccia o a non guardare Giuseppe mentre fotografa. Mi lascia a bocca aperta e non sto affatto esagerando.
Camminando per il corridoio più lungo mi imbatto infinite volte in Mr. Zamperini e mi viene spontaneo salutarlo sempre con un “prestigio, prestigio”.
Ormai Vanz lo chiamo “capo” e sicuramente pensa che io sia tutta suonata.
C’è anche quel signore di Eio e mi avvicino a lui e mi sento quasi fuori posto visto che qualsiasi cosa potrò mai dirgli sarà di sicuro sciocca.
Guardo un attimo verso l’entrata che è arrivata anche Fran. E’ dolce proprio come la immaginavo dalle righe che ogni tanto ci scambiamo.
Incontro volti di persone che mi sembra di conoscere da anni ormai (e la Feba, e Diego, e Samuele) e ho il piacere di aggiungerne di nuovi.
C’è Stefano che credo di aver già incrociato prima ma con cui riesco a parlare un po’ soltanto ora.
C’è Enrico che in dieci minuti mi racconta tutto di Torino, dagli Egizi a oggi, e che mi fa capire che adora la sua città.
C’è Gaspar che mi dice due frasi, ma proprio due, durante la “pausa pranzo” e io capisco che ha ragione senza ombra di dubbio alcuna.
C’è Neri che pensavo non esistesse, giuro, e che invece esiste davvero anche se arriva in ritardo.
C’è Axell che ha un po’ di ansia da organizzatore, ma il camp è un successo e si merita tutti i complimenti che gli fanno.
E’ tutto nel confrontarsi e nello stare insieme, lo sentite? E’ tutto nelle tante risate e in quel senso di “gruppo” che automaticamente viene a crearsi.
E ora che la giornata sembra concludersi scendo le scale di questo palazzo per un aperitivo in compagnia prima di prendere il treno con altre persone che come me devono tornare a Milano.
E’ quasi un peccato salutarsi in Centrale, davvero. Sembra una piccola ingiustizia.
E non ci si sente così solo per un incontro tra bloggers che non hanno niente di meglio da fare.
Ci sente così quando si riesce a condividere davvero qualcosa e, sono anche disposta a ripetervelo all’infinito, ai camp succede proprio questo.

Addendum: non riesco mai a fare foto con la mia digitale durante i barcamp. O la scordo, o non funziona.
Così, prima ne rubo una che mi ha fatto il buon Beggi e poi ve ne mostro un’altra scattata da me in treno chiedendo in prestito la macchina fotografica a lui.

Honey, where have you been so long?

Può capitarti di incontrare qualcuno in una sera qualsiasi e di ritrovarti in sintonia con la sua testa, anche se è così diversa dalla tua.
Nei mesi ci parli, condividi con questa persona vite passate, presenti e future e analizzi un po’ di tutto.
E un giorno, sempre qualsiasi, ti dice “Pensa di riscriverlo e di mettere un punto ogni volta che ci sono i puntini di sospensione. Pensa a quanto diventa più forte.”
Tu in realtà ci pensi già da tanto, ma sei affezionata a questo diario così com’è, e sei affezionata ai titoli in inglese e ai tanti puntini che sono con te da che hai iniziato a scrivere sui tuoi primi diari al liceo.
In fondo sai bene che i tre punti non servono a niente se non a dare una sorta di continuità al tuo voler rimanere in modo così ostinato piccola e leggera. Sai bene che non cambiano il senso di ciò che vuoi condividere.
Negli stessi mesi però ti sta capitando un altro strano fenomeno. Succede che ti guardi allo specchio e non vedi più la ragazzina dallo sguardo tenero. Vedi solo una donna dagli occhi che sanno essere pericolosi.
Il loro pericolo non sta nella bellezza o nel colore ma in tutto quello che lasciano intravedere.
E via, come se fosse un susseguirsi di segni, ti capitano 23 pagine tra le mani e ti innamori di un’idea che avevi trovato tanti anni fa quando eri stufa di tutto e volevi vivere solo a modo tuo.
Sei riuscita a ritagliarti la vita addosso come piace a te ma hai perso quell’idea per strada.
“Uno scrittore diceva che se un’idea è buona ti rimane dentro e che prima o poi torna a galla” ed effettivamente non riesci a dargli torto: l’idea è tornata all’improvviso e adesso non ti resta altro che ammettere di essere cambiata.
Devi ammettere che la convivenza, la maternità e il lavoro stanno stravolgendo tanti aspetti di te.
Devi farlo perchè non ha senso rimanere attaccati ad un’immagine del passato.
E’ ora di lasciare andare il perenne imbarazzo per un complimento.
E’ ora di lasciare andare i puntini dei diari da ragazzina e gli anfibi ad ogni costo.
E’ ora di lasciare andare il timore di essere sempre fraintesa e lo sguardo che non regge quello degli altri.
E’ ora di lasciare andare la tua parte adolescente per esprimere la donna che da tanto stai cercando di ignorare.
Ricordi? Dicevi sempre che si evolve in continuazione, eppure ti sei fermata troppo a lungo per paura che questo nuovo ruolo non avrebbe fatto per te.
Ma ora, cara mia, è il momento.

Tell me

Secondo voi è normale svegliarsi con dolori sparsi e con delle placche alla gola abbastanza grandi da renedere difficoltoso persino il semplice deglutire e allo stesso tempo ritrovarsi addosso una voglia davvero spropositata di fare l’amore?
Sono grave, vero?

Addendum: stare a letto malata mi rende di poche parole. La dimostrazione sta anche nel post su menstyle.

To linger till

Ero in metro con una mano sulla gola.
Quando mi sono svegliata mi faceva male da morire.
Ma poi la dolce metà è entrata in bagno mentre stavo cercando di assumere una vaga forma umana portandomi un bicchiere d’acqua.
L’ho guardato come per dire “e che ci dovrei fare?”
“C’è una bustina di antinfiammatorio dentro.”
C’era un buon motivo allora.
L’ho mandata giù senza pensarci troppo e poco dopo ho iniziato a sentirmi meglio.
Poi è successo che mi ha portato in stazione in macchina per non farmi prendere freddo in bici, che mi ha dato la sua spalla per dormire un po’ in treno e che mi ha aiutato a mettere il cappotto una volta arrivati in stazione.
Tutti piccoli gesti che mi hanno fatto sentire accudita.
E mentre ero piedi nella metro pensando alla fortuna di avere lui nella mia vita l’iPod ha fatto partire una sonatina.
E’ la sonatina che un mio amico ha composto per Rebecca quando è nata.
Ideata, eseguita e registrata da lui ché è sempre stato bravissimo a suonare il pianoforte.
Quel momento, ve lo posso giurare, è stato perfetto.
E non esisteva più il vagone o la gente che spingeva o il cattivo odore che qualcuno emanava.
Esisteva solo la sensazione di completezza e perfezione che stavo provando in quel momento.

I’m going to be a bride

Dicono che io abbia trovato il vestito da sposa.
E anche se Licia lo ha visto e ha approvato in pieno la mia decisione, io nego tutto.
Sono voci false e tendenziose.
Comunque, che resti tra noi: è davvero bellissimo.

Addendum: di rado faccio pubblicità a a qualcosa ma Angelo e i suoi venerdì hanno lanciato alla triennale un nuovo network di nanopublishing.
Se vi va andate a farvi un giro su iSayBlog!

Ari-addendum: ho messo una nuova foto sul flickr (i soliti esperimenti mal riusciti) e ho scritto qualcosa qui.
Bene, ora torno a pensare al mio bellissimo vestito da sposa, ecco.

Just my point of view

Visto che hanno scritto di tutto sulla sottoscritta in questo ultimo mese mi avvalgo della stessa facoltà che certa gente non si è fatta scrupolo di usare con me per chiudere una volta per tutte il discorso.
Che si vogliano mascherare dietro al potente scudo della critica ormai non regge più.
Infatti io vedo tutto tranne che una critica quando mi si dicono cose del tipo:

- meriti di essere punita
- mi hai bloccato su i tuoi messenger e quindi non meriti alcuna forma di comprensione
- l’ecografia di tua figlia mi offende
- mi hanno detto che ti sei vantata ad un pranzo ed allora ho pensato di scrivere un post per screditarti
- hai fatto un censimento per chiedere agli altri da che parte stavano, pensa che persona sei
- varie ed eventuali

Giusto per dare due risposte veloci:

- essere punita perchè “ho il blog più lungo del tuo” mi pare una grande cavolata (mi dicono che devo per forza imparare ad essere autoironica, chissà se capiscono questa di ironia) ma il signor paladino del mondo Vertigoz aveva deciso che scrivere alla gente di venirmi in faccia potesse essere una buona lezione di vita per me.
- io blocco chi voglio sui miei messenger (e anche sul mio blog) senza dover dare spiegazioni di alcun tipo. Che poi qualcuno ci rimanga così male da sentirsi autorizzato a trattarmi come la peggiore persona dell’universo mi sembra un tantino esagerato. Perchè è questo che hai fatto JD e lo dico senza alcuna esitazione.
- vabbeh, con l’ecografia sfioriamo il lato sensibile degli stalker, meglio non infierire sulla loro pazzia.
- io vantata ad un pranzo? Lyppa, ti prego, visto che al fantomatico pranzo c’eri anche tu, vieni a spiegare che la nostra ironia sul termine “blogstar” riguarda cose come battute e prese in giro perchè io onestamente non credo nemmeno di essere capace di concepire del vanto verso questo posto.
- il censimento di mail è un fattore interessante per screditarmi, davvero. Secondo un tizio io avrei mandato in giro una mail a più persone per chiedere esplicitamente a loro se fossero state dalla mia parte o dalla parte del signor “vivo di pettegolezzi che fan tanto male alla reputazione degli altri” Greenwich.
Sto ancora aspettando la prova dell’esistenza di questa serie di mail. Se voi ne avete una vi prego di mandarmela.

Critica, eh? Queste sarebbero critiche argomentate?
Non c’è nemmeno bisogno che io risponda.

Detto questo io andrei a provare un po’ di vestiti da sposa.
Che dite? Sarà anche ora di trovarne uno visto che mi sposo ad ottobre.

ADDENDUM: una novità dell’ultimo minuto. Ora scrivono anche che cancello commenti che nemmeno sono mai stati scritti. Tale Calvin se ne inventa di nuovi per farmi passare per la cattiva di turno.
Peccato che io abbia altri due amministratori (Giovy e Beggi) a poter confermare la mia versione e che lei abbia solo aria fritta.
Ah, codesta tizia era la stessa che passava qui con nick diversi per far sembrare che ci fossero più persone contro di me e che manipola le cose solo per mettermi in cattiva luce.
Leva i commenti in cui la smaschero e in cui svelo i suoi trucchi con i vari IP. E ora non mi fa più commentare sul quel suo blog farsa dove le fornisco tutte le prove delle sue balle. Prove, mica chiacchere. Chissà perchè.
Le ho rovinato il piano per parlar male di me.
Ma anche lei si commenta da sola.

I miss you

Ci sono attimi in cui la memoria torna all’improvviso, in silenzio, quasi come ti stesse aspettando dietro l’angolo e giusto qualche ora fa mi è capitato ancora.
Ero sul treno che tornavo a casa dal lavoro. Con me c’era un’amica che aveva un libretto di parole crociate con sé.
E in quel momento la memoria è tornata.
Mi è apparsa chiara l’immagine di te, nonna, che le facevi sempre.
Ti sedevi al tavolo della cucina e quando non avevi altro da sbrigare iniziavi a farle.
Mi sono rivista piccola che ti osservavo tracciare quelle righe così lunghe.
Circondavi paroloni che non sapevo nemmeno leggere.
“Guarda, è facile Rossella, non ci vuole niente.”
E io per osservare meglio mi arrampicavo sul tavolo e mi ci sdraiavo sopra mentre ovviamente mi dicevi che non avrei dovuto farlo.
Rimanevo lì a pancia sotto, coi gomiti sul piano e il mento appoggiato sulle mani, ricordi?
Inseguivo quelle righe con gli occhi cercando di imparare da te il trucco che io non avevo ancora capito.
Una volta finito lo schema festeggiavamo la conquista sorridendo.
Mi sembra ancora di sentire la tua mano nei miei capelli mentre mi dicevi che ero brava.
Sai cosa nonna?
Mi manchi.
Ancora non sopporto la tua sedia vuota in quella casa.
Ancora piango quando ricordo scene come questa.
Tu quella mano me l’hai passata nei capelli ogni giorno, fino all’ultimo.
Anche quando non ero più una bambina e vivevo da sola.
Mi manchi nonna e adesso forse lo sto sentendo ancora di più.
E’ che oggi insieme a questo ricordo è tornata anche la data che sembravo aver perso.
Era il 16, vero nonna?
E si sta avvicinando, ancora una volta.
Sarà un altro anno domani che te ne sei andata lasciandomi senza quella mano tra i capelli.
Vorrei tornare indietro ora, proprio su quel tavolo, e sorridere con te e dirti che ti voglio bene e invece posso solo scriverti questa cosa sciocca tra le lacrime pensando che in qualche modo tu la possa sentire comunque.
Non so perchè succede, non lo so davvero, ma in questi attimi preferisco pensare che sia così.