Magari non sapevate che il caffe´del Dunkin´Donuts e´buonissimo e che berlo dopo aver passato la mattinata in giro tra la porta del mercato di Mileto, il viale delle processioni di Babilonia e l´altare di Pergamo e´ancora meglio.
Bene, ora lo sapete.
Dovete solo prendere un aereo per Berlino.
April, 2008
Saluti da dietro Potsdamer Platz.
Berlino e` sempre stupenda. Forse e´ ancora piu`bella di come la ricordavo (le tastiere tedesche sono impossibili per scrivere decentemente in italiano) e soprattutto qui e`primavera, non come in Italia che piove sempre.
Ah, se volete farvi due risate compratevi il numero di Glamour appena uscito. Pare che ci sia anche io.
Questo blog sta per fare un viaggio.
Un attimo che riformulo.
La proprietaria di questo blog sta per fare un viaggio.
Domani parto per la mia amata Roma per testimoniare (chi fa da testimone testimonia, no?) al matrimonio di mia madre.
Chissà che effetto mi farà vedere uno dei miei genitori che si sposa.
Ancora non lo so, ma nel sentirla così entusiasta per telefono mentre parlava di bomboniere e di appuntamenti con il parrucchiere prima del rito, mi sono sentita sinceramente felice per lei.
Erano anni che non mi sentivo felice per lei.
Forse non sono mai stata veramente felice per lei.
Boh, insomma, non ricordo. L’importante, credo, è che io lo sia ora.
Un’occasione per rivedere la mia famiglia, o quel che resta di essa (visto che sono in guerra), per stare con i miei più cari amici e per fuggire via con la dolce metà a Berlino.
E’ il primo vero viaggio da soli che ci concediamo da quando è nata la nostra meraviglia.
Rimarrà a Roma con i suoi quattro nonni (“Come trarre vantaggi dall’ormai lontano divorzio dei tuoi genitori”, manuale pratico in tre lezioni. Per maggiori informazioni citofonare a Palaia. No, Palaia è solo il nome in codice che utilizziamo quando prenotiamo un ristorante. Non chiedetemi perché. E’ un tradizione vecchia di anni. E ora basta co’ sta parentesi che è diventata chilometrica).
Da una parte sono preoccupata perché è la prima volta che rimane senza di noi per più di una notte ma dall’altra sono convinta che un tentativo vada fatto.
Io passavo una settimana coi i nonni quando i miei andavano in vacanza.
Se sono sopravvissuta io (che in realtà mi divertivo tantissimo visto che i nonni, si sa, sanno viziarti in un modo unico) sopravviverà anche lei.
Mi aspettano 10 giorni molto particolari.
Non vedo l’ora che inizino, non sto più nella pelle.
Volevo solo ringraziare tutti quelli che ieri mi hanno regalato un sorriso.
Mi ci voleva proprio.
Addendum: c’è un nuovo segreto.
Mia madre mi racconta sempre che la mattina in cui sono nata non splendeva il sole anche se si stava bene.
Era una di quelle giornate dal clima imprevedibile ed io non volevo uscire.
Deve essere una specie di tradizione di famiglia visto che mia figlia ha fatto la stessa cosa.
Dopo svariate ore di tentativi mi sono ritrovata ad urlare come fanno tutti i bambini quando nascono.
Era un martedì di aprile e l’orologio segnava appena le 10,30.
Da quel giorno sono passati esattamente 28 anni.
Per alcuni si tratta solo di tempo che in qualche modo se n’è andato.
Per me si tratta di una vita intera.
E’ la prima volta che ho un portatile tutto mio.
Non si tratta di un portatile prestato o di uno comprato per essere regalato a quanlcun altro. E non si tratta nemmeno un portatile aziendale, no.
E’ bianco, pesa più o meno 900 grammi ed è mio.
Una combinazione praticamente perfetta.
Dopo averlo esplorato centimetro per centimetro e dopo aver aperto ogni sua applicazione posso tranquillamente affermare che prenderà presto il posto del gatto.
No, non parlo della sua cuccia, parlo solo del fantomatico “posto nel cuore” che di solito si usa nelle frasi melense.
C’è un piccolo particolare però che continua a sfuggirmi: non ho ancora capito dove va inserita la capsula del caffè.
Suggerimenti?

Addendum: c’è qualche foto nuova sul flickr (che in questi giorni sta cambiando un po’).
Forse non tutti sanno che:
- gli uomini parlano di capelli molto più delle donne, ne ho le prove. Una di queste è la lunga conversazione su uno shampoo che ho sentito stamattina sul treno.
- la sottoscritta ha la stessa pianta di basilico da più di tre settimane. E’ un record assoluto. La fortunata forma di vita vegetale è stranamente in salute e continua a crescere (stasera probabilmente la troverò morta per colpa di questa affermazione).
- se sei in un vagone pieno di gente con gli ombrelli bagnati il tuo sarà l’unico a non gocciolare addosso a qualcuno. Tutti gli altri invece goccioleranno addosso a te.
- non esistono parcheggi nelle mattine di pioggia. Vengono eliminati dalla faccia del pianeta alla prima goccia d’acqua. Non siete voi che non ne trovate uno in tutta Codogno, no, si tratta proprio di un complesso fenomeno di annichilimento della materia, specie quella racchiusa tra inconfondibili strisce bianche.
Suona la sveglia.
La spegni e attivi lo snooze.
Risuona dopo dieci minuti e la spegni ancora.
Mentre stai per cedere di nuovo al sonno ti ricordi che sarebbe meglio alzarti.
Non hai ancora aperto bene gli occhi che sei sotto un getto d’acqua decisamente troppo caldo.
Ti asciughi, ti vesti.
Oggi sei dell’umore giusto per metterti un vestito.
Abbracci tua figlia mentre si stiracchia e le chiedi se anche a lei va di mettere un bel vestito. Sembra proprio una bambola.
Fai colazione tra una battuta e l’altra ed esci per prendere un treno che perderai.
Fortuna che ce n’è uno subito dopo.
Seduta in un vagone scherzi con la persona che ami e con il tuo migliore amico mentre provi a non pensare al lavoro che ti attende.
Arrivi in metro, ancora due chiacchere sul futuro.
Un saluto veloce, un cappuccino e di corsa verso l’ufficio.
Ti siedi alla tua scrivania e apri il portatile che impiegherà i suoi buoni 5 minuti a prendere vita.
Scrivi un nome, una password e trovi della posta ad attenderti.
Tra le varie righe c’è un regalo di compleanno.
Una persona che non potrà venire a festeggiare con te ti fa sorridere con un gesto.
Sei sveglia da poco più di 3 ore e pensi che non potresti avere una vita più bella di quella che hai già.
Ho conosciuto Carlo negli anni del liceo.
Lui era un anno più grande di me, stesso piano, stessa sezione, la F (la migliore o la peggiore. Forse era la migliore proprio per la pessima fama associata al suo nome).
Sono più di dieci anni che è un amico di quelli migliori, di quelli di cui non posso fare a meno nonostante tutto.
La nostra amicizia è iniziata proprio durante le ricreazioni in cortile.
Portava sempre delle felpe con il cappuccio, di quelle con i laccetti che scendono davanti.
Mentre chiaccheravamo io prendevo quei laccetti, li tiravo e li lasciavo andare. Era un gioco che lui mi permetteva di fare nonostante gli arrivassero spesso in faccia (un santo in pratica).
Ora come ora è gesto buffo che ricordiamo entrambi con tenerezza perchè ci riporta all’inizio della nostra conoscenza.
Ieri sera Carlo è arrivato da Roma (passerà con me qualche giorno tra lavoro, fiera, casa e passeggiate per Milano) e prima di metterci seduti a tavola per cena l’ho visto giocare e correre con mia figlia.
Indossava un maglione con il cappuccio dotato guarda caso di laccetti.
La bimba li ha presi, li ha tirati e li ha lasciati andare ridendo di gusto.
Chissà perchè si dice “tale madre, tale figlia”.
Addendum: come al solito dimentico di segnalare le altre cose.
C’è un nuovo segreto.
Erano anni che non mi capitava più di ritrovarmi davanti un “solito” non appena entravo in un bar.
Era una routine legata al bar giallo (e solo a quello giallo, che quello rosso all’epoca non mi piaceva) della facoltà di scienze dell’università.
Arrivavo tipo alle 10 del mattino (belli gli ultimi anni in cui non avevo più corsi da seguire e potevo arrivare in facoltà quando volevo per restarci poi fino a sera) e non appena mi avvicinavo al bancone il ragazzo (non ricordo il suo nome) mi diceva “Ro’, prendi il solito, vero?”.
Io sorridevo alla vista di un cappuccino con strani disegni di cacao sopra.
A volte era un fiore, altre un cuore, altre una stella.
Stavo lì cinque minuti a parlare con lui di tutto e di niente per poi andarmene in cerca del mio gruppo per studiare roba tipo zoologia o chimica-fisica.
Da allora non ho più avuto un “solito bar” con un “solito” fino a oggi.
Infatti da un paio di mesi a questa parte, con una mia collega che prende il treno con me, mi fermo ad un bar sotto il Duomo (e intendo proprio sotto visto che si trova nel mezzanino della metro) che fa un cappuccino fantastico.
Entro, prendo un cornetto con la marmellata di albicocche, e mi giro verso il bancone dove mi sento chiedere “Prendi il solito, vero?”.
Ogni mattina, al suono di questa domanda, mi ricordo del bar giallo e del libro di microbiologia che dimenticavo sempre sul bancone affianco alla tazza vuota sporca di cacao.