Stasera parto per Roma perché devo essere presente ad una svolta importante nella vita di un amico.
Un attimo che riformulo: voglio essere presente non devo.
Non mi obbliga nessuno.
Sono io che non vedo l’ora di esserci.
Sono io che mi sono ripromessa di essere in qualche modo presente nonostante la lontananza.
Anzi, un devo in realtà c’è.
Devo dare di più a chi amo. Devo andare oltre quello che già faccio e ascoltare di più e capire di più e imparare a leggere tra le righe se è necessario.
Devo perché voglio. Non so se la cosa abbia un senso, ma in questo momento a me pare di sì (poi magari domani mattina mi sembrerà un ragionamento senza alcuna logica).
Insomma, lo voglio tanto.
Sarà praticamente un unico viaggio ininterrotto di ventiquattro ore, ma io devo esserci.
Voglio esserci perché non riuscirei a perdonarmi se, per non aver ascoltato abbastanza, dovessi perdermi quel particolare momento in cui chi amo mi vuole al suo fianco.
Nota per me (scusate, è pur sempre un diario): sette giorni di disintossicazione e una caduta. Se po’ fa. Ma si può fare di meglio. Sempre di meglio e leggere gli amici che stai per vedere.
Che dire se non “so di essere spettinata, non fatemelo notare che è un periodaccio”.
Addendum: oggi vi lascio solo un post scritto su macchianera e l’intervista doppia che mi ha fatto Camu via mail. Da leggere ne avete, non lamentatevi con la regia.
Da adesso a domenica non farò altro che starmene a casa, possibilmente a letto, a riposare.
Ripetete con me: riposo.
Bravissimi! Un riposo di quelli assoluti. Un riposo di quelli in cui non si abbandonano mai le coperte se non per andare in bagno.
E’ che ne ho bisogno.
Ne ho un fottutissimo bisogno.
A volte le tue mattine iniziano con un ottimismo spropositato.
Stai bene. Tutto va bene. Ti senti felice.
Ma poi…poi arrivano due mani a tenerti il cuore e tu speri che siano lì per accudirlo.
Per un attimo ci credi. Ti senti fortunata. Sono lì proprio per te.
Ma ecco che la presa cambia in un attimo e che in men che non si dica te lo senti strappare via. Un colpo secco. Senza preavviso. Senza una parola. A sangue freddo. Visto? Non ci voleva niente.
Rimani ferma, immobile, a guardare il tuo cuore che si allontana da te.
E vuoi urlare e disperarti e piangere tutte le lacrime che hai, ma non puoi farlo.
Non puoi farlo perché sei in ufficio. Non puoi farlo perché dopo l’ufficio ci sarà la metro e poi il treno e poi la strada. Non puoi farlo perché non si fa.
Non puoi disperarti seduta alla tua scrivania.
Devi solo sperare che le poche lacrime che stanno scendendo comunque non si notino e che il tuo tirar su con il naso venga scambiato per un raffreddore.
Sei come in gabbia. Non hai scampo.
Ti senti morire dentro ma non puoi lasciarti andare, non puoi crollare lentamente come vorresti fare, non puoi.
Aspetti che sia sera e finalmente ti lasci andare al sonno, alla stanchezza di tutto il dolore che hai provato e ti addormenti per trovare un po’ di sollievo.
Ma la mattina dopo il tuo cuore non è tornato. Lo cerchi ma al suo posto c’è soltanto il vuoto.
Ti chiedi come farai a mettere su la maschera che dovrai indossare in ufficio, in strada e in mezzo alla gente, perché dovrai ancora una volta trattenere tutte le lascrime che senti negli occhi, in gola e nello stomaco, ma non hai la minima idea di come riuscirci.
Ve l’ho detto che il mio vestito è bello?
Quello da sposa intendo.
Ve lo giuro, è bellissimo. Guardarlo è una di quelle cose che mi fa sospirare come un ragazzina.
E ve l’ho detto che abbiamo ordinato le fedi proprio come piacciono a noi?
Le fedi, capite? Che solo ad infilare quelle di prova all’anulare della mano sinistra sentivo i brividi arrampicarsi sulla schiena finchè non si sono fermati in gola dove hanno formato un gomitolo.
E ho mai accennato al fatto che la frase “annunciano il loro matrimonio” letta sotto i nostri nomi è qualcosa di tremendamente eccitante?
Non vi ho mai detto niente di tutto questo?
Ma che sbadata che sono!
Già che ci siamo, tanto per fare un controllo: ve l’ho mai detto che sono felice?
Ed ecco a voi un’altra puntata de “I Deliri Casalinghi”:
- Senti, i panni li ho stesi io…lo fai tu il caffe’? - Naaa, fallo tu che sei più bravo di me. Io ho un sacco di roba da stirare.
- Eddaiiiiiii….devi pigiare solo un bottone! Se lo fai tu poi io metto a posto la cucina. - Per favore! Dai, ti stiro una camicia in cambio.
- Mmm, due camicie e sesso in un camerino alla rinascente? - Ok!
- Tremenda! Adesso lo preparo.
La blogosfera è diventata talmente prevedibile che mi annoia.
Dai loro quello che in pratica ti pregano di dargli (ovvero un momento in cui finalmente qualcuno se li caga) ma non gli sta mai bene.
Dici loro che si possono infilare il loro un po’ di autoironia ti farebbe bene nel culo visto che non si dice mai agli altri come dovrebbero vivere e poi fanno pure gli stizziti.
Tu vuoi dire a me come io devo vivere la mia vita? Ma per favore!
La mia vita va più che bene, grazie.
E poi rispondono sempre con le stesse parole: ma se tu scrivi io ho il diritto di dire la mia mancandoti di rispetto e devi stare anche zitta, chiaro?
Ti dicono cose come sono allibito o sapevo che avresti reagito così. Ma va? Lo sanno anche i muri. Non verrebbero a rompere proprio a me altrimenti.
I cafoni sono proprio tutti uguali: tutti con le loro verità di vita, tutti con i loro saggi insegnamenti che però si basano sul parlar male e sul non rispettare gli altri.
Che bei valori di merda.
Mi avete annoiato. Se volete litigare con qualcuno cercate la prossima vittima.
Lotto contro i mulini a vento e contro la mancanza di coraggio di tutti voi: siete buoni solo ad accodarvi al cattivo di turno ma nessuno di voi dice niente se minacciano qualcuno che conoscete perché vi cagate sotto.
Rischiereste di diventare esposti e subireste lo stesso trattamento che invece venite a spiare qui (o altrove) facendovi due risate.
Farete molta fatica a trovare qualcuno che si mette in gioco come me e che difende i valori in cui crede (vedi il non rompere i coglioni al prossimo).
Volete i vostri 15 minuti da blogstar?
Bussate altrove.
Io con voi ho chiuso.
Mi tengo i blogger che conosco e che ho per amici. Mi tengo i conoscenti e le belle esperienze. Mi tengo le persone coraggiose e sincere ed elimino quelli che dal vivo mi sorridono e che poi si mettono davanti al monitor sperando di potermi usare come passatempo.
Ma andate a cagare, possibilmente presi da una fortissima diarrea.
(Tu non rispondere mai, perché sei già splendida, non lo devi mica dimostrare.
Ecco l’unico consiglio che intendo seguire.)
Io non credo che investire una persona con un trolley gigante sia considerato un gesto di normale civiltà.
Una valigia più alta di mia figlia mi ha preso in pieno la caviglia e il tizio che se la trascinava dietro alla velocità della luce non si è manco fermato ché altrimenti perdeva la metro.
Ha solo urlato da molto lontano uno scusami dopo che mi sono ritrovata ad urlare un fortissimo ahia!
Innanzitutto non darmi del tu e in secondo luogo sappi che sei un arrogante cafone.
Non mi importa se non leggerai mai queste parole. Spero solo che un giorno qualcuno ti fermerà dopo che l’avrai colpito in pieno e che resterà con te a spiegarti le regole del mondo in cui vivi.
Spero anche che la tua prossima vittima sia un uomo alto, grosso e anche un tantino incazzato.
Sappi, o stronzo, che io sono qui che mi lecco la ferita. In senso metaforico, sia chiaro. Non sono così snodata da riuscire a portarmi la caviglia alla bocca.
Non ne ero capace nemmeno da ragazzina.
Resta il fatto che mi fa male e che io sarò fuori casa tutto il giorno con una caviglia che spero non si gonfi più del dovuto.
Grazie.
- Mamma? - Dimmi cucciola.
- Io no cucciola, io sono Rebecca! - Hai ragione.
- Io sono piccola? - Sì, amore.
- Tu sei grande? - Direi di sì, amore.
- Tu mia mamma, vero? - Sì, decisamente sì.
- E io tua Rebecca? - Sì, tu mia Rebecca.
- Sempre? - Sempre. Ma sempre sempre.
E sorridendo è andata a lanciare il biberon della colazione nel lavandino della cucina.
Continuo a non capire come un esserino di due anni e poco più riesca a struggermi di felicità in un attimo. Sempre.
E’ bastato soltanto un sempre.
A volte penso che dovrei dire soltanto un “ma vai a cagare” e invece perdo tempo cercando di spiegare ad altre persone l’importantissimo concetto del lasciar vivere gli altri senza giudicarli o importunarli.
Sono arrivata alla conclusione che una sensibilità del genere non sia fatta per tutti. Ci sono persone troppo deboli e troppo insoddisfatte per poter sopravvivere senza il conforto del giudizio.
Se non altro posso dire a testa alta di non aver mai rotto le scatole a nessuno. Mai.
Io sono quella che non fa mai nemmeno un nome, che non si perde in chiacchere e che non gode nel parlar male.
Io sono colei che risponde a tono e che diventa una furia solo dopo essere stata attaccata.
Lo dico ancora e ancora e ancora perché suona davvero benissimo: sono fiera di essere quello che sono e sono fiera di riuscire a non mettere mai bocca sulla vita degli altri.
Io, sì, proprio io, non ne ho bisogno.
Il mio primo romanzo, "Ti voglio vivere", uscirà il 15 giugno in tutte le librerie.
Di cosa parla? Lo scoprirete. Nel mentre potete andare a sbirciare sul sito Molto sedotta e sempre abbandonata.
- menstyle, tentativi di (mini)racconti erotici
- il Post sotto l'Albero del 2009 letto su Radio Popolare (cliccate per scaricare il podcast)
- la settimana da ospite su Grazia: 1, 2 e 3
- i miei cari lettori che mi seguono da anni e che tengono sempre le dita incrociate per me quando glielo chiedo;
- Giovy per essersi occupato spesso di questo posto e per avermi aiutato con il dominio e quant'altro e per essere un amico di quelli che restano sempre;
- Andrea per la migrazione dal vecchio blog e per tutto quello che fa per me ogni volta che parliamo un po';
- mio marito per essere esattamente così com'è. Lo ringrazio per tutto l'amore che mi dimostra ogni giorno. Questo posto è stato prima un'occasione per la nostra relazione e poi un qualcosa da condividere insieme. Qui ci sono io, c'è lui e c'è nostra figlia. E' un pezzo del nostro mondo.
La storia del blog
In breve: questo blog è nato l'11 settembre del 2004 in un momento in cui avrei voluto cambiare tutto nella mia vita. Scrivevo i miei pensieri uno dietro l'altro, divisi solo da tre puntini di sospensione. Allora come adesso non vuole essere un costante esercizio di stile. E' il mio modo di fare autoanalisi, un mio modo di ascoltarmi. Spesso è folle, ancora più spesso è indecifrabile. Ci sono deliri, sfoghi e quella parte di me che prova a restare ottimista, leggera e allegra. Qui non ci sono verità di vita, argomenti di attualità o articoli di moda, ma ci sono i miei ricordi, le mie riflessioni, i miei amori e le mie litigate. Ho sempre scritto le cose così come mi passavano per la testa, belle o brutte che fossero, poiché continuo a pensare che sia inutile provare ad analizzarsi quando non si è sinceri con se stessi. Dal 2004 a oggi il blog è cresciuto con me, è cambiato con me e prova a migliorare insieme a me. E' qui per ricordarmi che ho cambiato tutto e che sono in grado di farlo.
Regole della casa
La regola è essenzialmente una e si basa sul semplice e meraviglioso concetto del "vivi e lascia vivere" quindi non ve la prendete se il vostro commento verrà moderato.