Ok, mi serve un consiglio.
Quando scrivete a qualcuno facendogli una domanda diciamo importante e questo qualcuno non risponde voi che fate?
Ci riprovate o lasciate stare?
October, 2008
In metro mi capitano cose che in treno non succedono praticamente mai.
Sarà forse che in treno dormo e in metro no? Può essere, eh? E’ solo una supposizione.
Comunque, nei 13 minuti di metro mattutini faccio dei voli pindarici che nemmeno immaginate.
Ad esempio stamattina osservavo le mani di una signora seduta davanti a me.
Aveva le unghie lunghe completamente laccate di rosso. Dall’unghia del mignolo sinistro pendeva un orecchino. Un cerchietto d’argento.
E così mi sono tornati in mente i miei diciotto anni.
Un attimo, aspettate un attimo, che ora vi spiego il nesso.
Dovete sapere che più o meno due mesi prima dei miei diciott’anni mi guardai le mani pensando, come diceva sempre mio padre, che fossero massacrate e che non assomigliassero affatto a quelle di una donna.
Stavo per diventare maggiorenne e mi mangiavo ancora tutte le unghie, per la miseria.
Improvvisamente, nell’arco di 10 minuti, divenne una situazione insostenibile e così mi buttai a capofitto in questo disperato tentativo di far diventare le mie mani più belle evitando di mangiarmi le unghie e via dicendo.
Miracolosamente per la settimana del mio diciottessimo compleanno avevo delle unghie lunghe che levati e di lì a poco avrei avuto anche io un orecchino all’unghia del mignolo.
Come facessi a trovarla una cosa figa non me lo spiego.
E’ una cosa davvero inguardabile, ma in dieci anni per fortuna i miei gusti sembrano essere migliorati (o almeno lo spero).
Per di più diventai la disperazione del mio maestro di pianoforte visto che non si riesce a suonare bene quando le unghie arrivano, anche solo di pochi millimetri, oltre l’immaginaria linea del polpastrello.
Mi voleva uccidere, lo so, ma io stamattina continuavo a sorridere davanti alla signora incontrata per caso pensando alla me stessa diciottenne che si guardava le mani in quel modo.
All’improvviso però la mia espressione è cambiata.
L’iPod ha scelto una canzone a cui sono particolarmente affezionata e il mio volo pindarico ha preso tutta un’altra piega, solo che magari ve la racconto domani:
Oggi proprio no. Non posso, che sono impegnata a perdere tempo scrutandomi le mani.
Due cose ho capito di recente in questa mia fase di recupero da tutte le astinenze che in fondo io stessa mi sono imposta: che non posso avere capi e che non posso vivere lontano da una città degna di tale nome.
Per riassumervi il mio pensiero: e mo so’ cazzi.
Scusatemi. Lo so che si tratta di un gesto poco educato, ma io ho bisogno di fare la linguaccia alla vita (ed anche ad un bel po’ di persone).
Addendum: è una linguaccia strana, ma stamattina girava così.
Una settimana a casa.
Una settimana praticamente a letto.
Una settimana in cui è cambiato il tempo, in cui è cambiata persino l’ora, in cui credo di essere cambiata anche io per chissà quale oscuro motivo.
Questa settimana mi ha regalato una simpatica apatia, una di quelle che ti portano a pensare e a rimuginare e a riflettere decisamente troppo, una di quelle in cui il vaffanculo è la soluzione più pratica e più indolore.
Sono in una fase della mia vita in cui non voglio pensieri, in cui odio lo spreco di parole, in cui chiunque riesce a starmi sui coglioni non appena mostra un po’ di mancanza di palle e di coerenza.
Il riassunto, visto che mi obbligo a stringere, è che mi sento in astinenza.
Il problema è che non so da cosa.
Credo che sia arrivato il momento di curarmi con tutto quello che mi fa sentire bene, con tutto quello che amo, con tutto quello che mi fa sentire più viva che mai.
Ho intenzione di volermi ancora più bene perché in fondo non sono affatto male.
Nota per me: ventisei giorni al matrimonio. Ventotto giorni al viaggio di nozze. Ce la farò a resistere senza impazzire in ufficio?
Ehi, tu! Sì uomo, sto dicendo proprio a te.
Non mi guardare con quella faccia, sono qui per darti dei consigli.
Non so se siano delle vere e proprie risposte, ma se non altro la prossima volta avrai dei mezzi in più per interpretare meglio.
Allora, apri bene le orecchie e ascolta:
- quando ti vuoi portare a letto una donna non riempirla soltanto di banali complimenti ma dille del desiderio che provi per lei, del meraviglioso e sconvolgente effetto che lei ti fa. Se sei il suo tipo te la darà, puoi stare tranquillo.
- cosa? Vuoi sapere che succede se non sei il suo tipo? Dipende dal bisogno di conferme che ha in quel momento. Spiacente, è difficile da stabilire così.
- quando una ragazza ti parla di amicizia senza mai cercare il contatto fisico con te o senza mai guardarti negli occhi per più di tre secondi, mi spiace, ma sta davvero cercando solo un’amicizia. E’ inutile che insisti.
- quando invece ti guarda e ti riguarda e cerca sempre il tuo sguardo mi vuoi dire perché resti fermo come un baccalà e non le offri nemmeno da bere? Boh! Credi forse che si spogli nel bel mezzo dell’aperitivo affinché tu capisca?
- quando la tipa che stai frequentando inizia a non risponderti o inizia ad evitarti significa semplicemente che ti vuole lasciare o che ti vuole più o meno morto. Che le hai fatto? Perché sappi che la colpa è tua. Questo è poco ma sicuro.
- quando ti dice “non sei tu, sono io” inizia pure a pensare che le fai moderatamente schifo ma che allo stesso tempo non vuole ferire i tuoi sentimenti.
- quando non risponde né con un sì né con un no allora puoi dare per scontato che si tratti di un no. Lo so, vuoi uomini siete molto più bravi e convincenti con le risposte negative, bisogna darvene atto.
E ora ascoltami bene perché questo consiglio è fondamentale:
- quando lei ti risponde con un no ad una domanda importante ed evita il tuo sguardo in tutti i modi possibili allora vuol dire che stai ricevendo un no dolorosamente vero, perché una donna è sempre un po’ dispiaciuta quando è consapevole di deludere qualcuno.
- quando alla stessa domanda lei risponde sempre con un no ma lo fa con gli occhi talmente fissi nei tuoi che le puoi vedere le pupille mentre si dilatano allora è un “sì, ti prego, salvami”.
Per carità, non sono mica leggi universali, ma credo che a ognuno di voi sia successa almeno una o due di queste cose, scommettiamo?
Addendum: è ora di dirvi che la mia dolce metà ha aperto il suo nuovo blog (aspettavo che lo finisse di sistemare) quindi vi invito a passare da lui per l’inaugurazione. Non vi offre niente, ma è il pensiero che conta, no?
Inoltre se vi va c’è una nuova foto sul flickr. E’ un chiaro tentativo di uccidere la mia ormai scassatissima macchinetta fotografica.
Ho come l’impressione di non sognare più.
Dicono che i sogni non sempre si ricordino e su questo non mi sento di contraddire nessuno, ma io qua non sogno più quando un tempo era l’esatto contrario.
Facevo certi sogni che manco le megaproduzioni hollywoodiane.
Se le sognavano delle sceneggiature così (ah, l’ironia dei modi di dire) e invece ora dormo e dormo (specie in questi giorni a casa in malattia) e non succede niente.
Nel migliore dei casi mi viene in mente la lista della spesa.
Sapete se per caso abbiamo inventato una pay per view anche per la fase rem che due/tre euro sarei anche disposta a buttarceli, eh?
Addendum: per la serie Famose du’ risate ecco a voi il risultato di una pessima asciugatura dei capelli.
Il titolo dell’autoscatto è “This is what I call a bad hair day”.

Le parole sanno fare male e far star male.
Le parole sanno essere pesanti e insopportabili.
Le parole spesso sono dannatamente troppe. Ne basterebbero di meno o forse ne basterebbero di più precise.
Le parole sanno essere scomode.
Le parole sanno farsi odiare e portare ad odiare.
Le parole sanno distruggere tutto il resto quando capitano nel momento sbagliato.
Ma allora perché ci si ostina così tanto ad usarle di continuo? Perchè?
Perché in fondo c’è sempre tempo per imparare ad usare parole che sorridono e che fanno sorridere.
Vi posso giurare che quando ci si riesce tutto diventa meravigliosamente esaltante.
Premessa: in questo particolare periodo della mia vita la figura paterna di cui disponevo è stata sostituita da un personaggio meglio noto come Padre della Sposa che per gli amici chiameremo PdS.
PdS: Senti, voi in lista di nozze c’avete messo du’ cose. E se qualcuno vi volesse regalare un oggetto che vi rimane che deve da fa’?
N: Papà, a parte che quelle due cose non è che non rimangano, è che a noi servono solo quelle. Che ci possiamo fare? Se non altro c’è sempre l’altra opzione.
PdS: Sì, ma i soldi per il viaggio di nozze non sono cose che rimangono!
N: Ma come no? Fidati. Rimangono eccome. Vuoi mettere il ricordo dell’albergo a San Francisco offerto gentilmente da zia Maria Adelaide?
PdS: Non hai una zia che si chiama Maria Adelaide.
N: Era tanto per dire.
PdS: Ma se qualcuno volesse regalarvi un oggetto da conservare?
N: Ok, cos’è che ci vorresti regalare? Sentiamo.
PdS: No, non sono io, sia chiaro.
N: Allora è un parente. Dai, che ci vuole regalare?
PdS: Un vassoio d’argento.
N: AAAAAAAAAAAAAAHHHHHHHHHH!
PdS: Però magari lo cambiava con un vaso di cristallo.
N: AAAAAAAAAAAAAAHHHHHHHHHH!
PdS: Sei impossibile. Ma sei sicura che non vi serva proprio niente?
N: Sempre nella categoria “oggetto che rimane”?
PdS: Eh!
N: Mmm…
PdS: …
N: Una mazzetta da cinque chili?
PdS: …
N: Non va bene?
PdS: Io ci rinuncio.
A volte tutto quello che serve è una giornata di riposo e una notte svegli a cercare il piacere tra le lenzuola.
Che poi dopo la notte in questione serva un’altra giornata di riposo è solo un dettaglio.
Addendum: c’è qualche foto nuova sul flickr.
