La settimana dei “no” sta per terminare e domani me ne vado a Venezia sperando di non lasciare a casa il regalo per il festeggiato come invece feci l’anno scorso (ma tanto io le figure del piffero, tanto per non mandare in bambola i vari blocchi di rete con parole poco consone, le colleziono in una vetrinetta a casa).
Certo, avessi finito di fare l’orlo al vestito potrei anche dire di avere tutto sotto controllo, ma non l’ho finito.
Se stasera trovo un quarto d’ora di tempo il problema non si pone, altrimenti ci andrò in mutande e amen.
Ovviamente sto scherzando anche se il futuro quarantenne, nel leggere questa mia intenzione scritta già in precedenza, mi ha detto che potrei stonare con gli altri cento invitati.
Adoro quando la mia pazzia viene presa sul serio.
Lo adoro davvero.
Ah, ci tengo a precisare che una vetrinetta a casa non ce l’ho. Stonerebbe con il resto dei mobili.
January, 2009
Stamattina sul treno ero in una specie di dormiveglia o di fase r.e.m. o di rincoglionimento o di quel che era. Insomma, ero lì su una bella carrozza gelida (grazie Trenitalia, da te sempre il peggio) con un miliardo di pensieri per la testa.
E se quest’anno ci trasferissimo finalmente a Milano?
E se quest’anno ci concedessimo tutte le emozioni di un’altra gravidanza?
E se quest’anno decidessi di farmi andare bene sto lavoro e di restare tranquilla?
E se quest’anno la smettessi di programmare quello che tanto non può essere deciso a tavolino?
Sì, l’ultimo pensiero è stato proprio questo.
Ma che me le pongo a fare tutte ste domande quando la mia vita è una continua improvvisazione?
Ci sono giorni che non vengono vissuti. Sono quei giorni che si subiscono passivamente, in cui tutto viene fatto, sbrigato, detto, scritto, ma senza partecipazione alcuna.
Fortuna vuole che in quei giorni ti chiami un’amica.
Fortuna vuole un paio di persone ti dicano “ma dai, vediamoci un attimo a pranzo”.
Fortuna vuole che un amico la sera ti scriva per dirti che ti vuole bene ricordandoti di non perdere di vista le cose davvero importanti.
Fortuna vuole che tua figlia ti guardi e ti dica “mamma, sei contenta? Perché io sono tanto contenta con te”.
Ed ecco che il giorno che non valeva la pena d’essere vissuto diventa straordinario a modo suo.
Sono fortunata, per la miseria. Sono davvero fortunata.
Ho il vago presentimento che dopo la settimana fatta tutta di “sì” ne sia iniziata una fatta tutta di “no”.
In fondo devo solo evitare di fare domande. Basta conservarle per qualche giorno ed il gioco è fatto.
Tipo ora: non avrei dovuto chiedermi “chissà se mi hanno accreditato lo stipendio”.
Ce la posso fare.
Mi capita spesso di guardare sconcertata tutte quelle ragazze che camminano su tacchi vertiginosi con estrema disinvoltura. C’è chi ci corre, chi ci salta, chi ci fa kung fu acrobatico come in quell’adorabile cavolata di film sulle Charlie’s Angels.
Io non sembro più un trampoliere su un paio di tacchi, ma tutta questa disinvoltura proprio non ce l’ho. Quando ci penso mi ricordo le ramanzine della mia migliore amica: “Ro’, pure te, alta come sei non puoi stare gobba. Tira su ste spalle, guarda avanti e cammina da donna, per la miseria!”.
Non c’aveva mica tutti i torti, eh? E’ sempre stata quella saggia tra noi due.
Così, ogni tanto, mi metto di impegno e provo a sembrare estremamente disinvolta, come stamattina. Ero in Piazza Duomo e stavo per prendere la galleria che porta alla Scala. L’iPod ha fatto partire Dancing Queen.
In men che non si dica ho iniziato questa specie di sfilata sui tacchi dei miei stivali: schiena dritta, testa alta, passi decisi (che seguissero il ritmo della musica non ve lo sto nemmeno a dire).
Ho incrociato un ragazzo che mi ha detto un wow.
Ho iniziato a ridere come una cretina pensando che effettivamente il portamento può fare la differenza.
Ho tirato dritto fino all’ufficio senza pensarci troppo su, ma una volta al portone, non so perché, ho immaginato Richard Gere in Pretty Woman che diceva a me e non più a Julia Roberts “stop fidgeting“.
E son cose.
Addendum: ho caricato qualche foto sul flickr. Primi esperimenti con la nuova Canon.
Vieni svegliata dal grido “Sono le ottooo!!!” e capisci subito che non sarà una giornata facile visto che l’ultimo treno papabile per arrivare puntuale in ufficio è quello delle 7:55.
C’est la vie (non sapendo niente di francesce se non il presente del verbo essere ho cercato il tutto su Google. Se dovesse essere sbagliato prendetevela con lui)!
Addendum: che poi ho scritto velocemente su menstyle. Ve lo dico perché c’è una frase che mi piace parecchio.
Tra colpi di tosse, bustine di miele e aspirine festeggio due cose:
- la firma di una collaborazione che mi permette di dire che sono una donna con il doppio lavoro;
- il secondo mesiversario di matrimonio.
Sì, lo so. Non è che si festeggi proprio tutti i mesi, ma almeno fino al primo anniversario siate pazienti. Come faccio a non essere entusiasta della mia famiglia? Non siamo bellissimi (il fatto che mi faccia un complimento da sola è dovuta all’overdose di sciroppo per la tosse. E’ l’altra me che parla, non datele retta)?

And it’s all kinda strange
Scritto da ninna per Let's talk about, More than wordsJanuary 21 Wed 2009
Ci sono svariati fattori che in questi giorni non mi permettono di capire al meglio il mio stato-psicofisico:
- odio il treno ma allo stesso tempo mi ritrovo ad amarlo quando mi permette di dormire una mezz’ora in più. Strano a dirsi, ma i sedili dei regionali sono più comodi di quelli degli Eurostar quando si tratta di farsi una pennica.
- non mi scoccia più di tanto fare la pausa pranzo in ufficio. Evito di pensare al cibo che non posso mandar giù e amen. Non è da me.
- è la terza notte di fila che sogno di essere incinta ed è strano visto che non può essere niente di più di un sogno.
- tutte le persone (o quasi) rispondono positivamente alle mie richieste. Anche il mio gatto mi dà retta e la cosa è davvero sconcertante.
- ieri sera avevo un sonno micidiale eppure la mia innata pigrizia mi ha lasciato a vegetare sul divano per tre ore. Non tre minuti, eh? Tre ore. E tutto perché non mi andava di fare dieci metri. Qui potete trovare un esempio del mio stato vegetativo notturno. Sono senza speranza.

Ma voi, come vi vestireste per un compleanno molto importante la cui location è un palazzo che si affaccia sul canal grande a Venezia?
E’ che l’idea di me sui tacchi alti che cammino tra calli, campi e campielli mi sta già facendo male.
Il momento prima di dormire sa essere dolce ma anche tremendamente spietato.
A volte mi perdo ad immaginare vite che non sto vivendo, a creare personaggi che non mi appartengono o a dare in qualche modo forma a ciò che desidero sperando quasi sempre di continuare a sognarlo.
Altre volte mi ritrovo nel letto in lacrime. Parlo di quel tipo di lacrima che non fa singhiozzare ma che scende senza che io possa farci niente.
È la mia mente che inizia a propormi dolori che ho già vissuto ed altri che invece non fanno ancora parte della mia esistenza.
Mi chiedo se capiti a tutti di ritrovarsi a piangere per quello che prima o poi accadrà, così come mi chiedo se sia un normale meccanismo di difesa messo appositamente nelle nostre teste per renderci più preparati a quello che pare inevitabile.
A questo mescolarsi di pensieri riesco a dare una qualche spiegazione mentre quello che proprio non capisco è il trovarmi a rivivere gli orrori passati.
Ecco, a cosa cavolo può servire mai riprovare quelle sensazioni?
Qualcuno mi sa spiegare il perché?