March, 2009

Have I ever told you?

Te l’ho mai detto che ho voglia della tua lingua?
Voglio sentirla sulla mia e perdermi in uno di quei baci che sembrano durare giorni.
E delle tue mani? Te l’ho mai detto che ho voglia delle tue mani?
Voglio sentirle addosso mentre mi stringono e mi afferrano come se mai e poi mai io potessi anche solo pensare di allontanarmi dal tuo corpo.
E dimmi, ti ho mai fatto capire la voglia che ho dei tuoi occhi?
Li voglio qui, ora, sul mio collo. Li voglio per sentirli salire sul mio viso, arrampicarsi sulle mie labbra e cercare nel mio sguardo tutto quello che ho intenzione di dividere con te nella mia vita.
Te l’ho già detto, vero?

Addendum: c’è qualche nuova foto su flickr, zumpappà.

Our hands

Divano, interno, sera.

La cena è sul fuoco e in tv c’è la Littizzetto che sta per iniziare con il suo discorso della domenica sera.
La bimba è seduta in mezzo a noi con il plaid sulle gambe.

- Mamma? Mi dai la mano? Anche tu papà, eh?

Le diamo entrambi una mano. Io la sinistra, lui la destra.
Le guarda un po’ mentre sorride. Le mette una sull’altra e poi ci chiede di stringerle.
Ci ritroviamo mano nella mano. La sua manina sopra le nostre.

- E’ tanto bello così, vero?

Commozione, la mia, un attimo prima di stringerla in braccio.
Mi chiedo come possa, così piccola, riassumere tutto con questa perfezione.

Divano, interno, sera. E io sono felice, tanto.

As time goes by

E’ venerdì mattina e riesco solo a pensare a domani sera.
E ora come cavolo le occupo tutte ste ore?

It’s right here, don’t you see?

Ma tu sai cos’è la fortuna?
Io credo di saperlo.
Ce l’ho proprio qui, vedi?
E’ qui, sulle mie labbra che sorridono. E’ qui, nei miei occhi dagli infiniti colori. E’ qui, nella mia espressione un po’ stanca ma tanto soddisfatta.
Ecco, è questa la fortuna, credimi. Riesco quasi a toccarla quando mi dicono un “ti amo”, un “ti voglio”, un “non puoi sapere quanto mi manchi”.
Diventa tangibile, fidati di me.
E ora guardami un attimo, uno soltanto: tu non lo sai ma hai davanti una delle donne più fortunate del mondo.

Laughing at it

La vita moderna a volte fa ridere.
Invio documenti ad una stampante dall’altra parte dell’ufficio che tanto si incepperà, scrivo un post su quello che mi vaga tra i neuroni e ordino la colazione tramite il vivavoce del telefono posto sulla mia scrivania senza nemmeno interrompere la digitazione di queste parole.
Mando mail a cui rispondono con un sms a cui a mia volta rispondo con un’altra mail a cui probabilmente risponderanno ancora con un piccione viaggiatore.
Ma quanti canali esistono attualmente per comunicare con la stessa persona? Cinque? Dieci? Cento?
L’agenda del mio smartphone mi ricorda gli appuntamenti importanti e le cose più sceme tipo “l’hai ritirata quella cosa in tintoria?”. No, cavolo. Non l’ho ritirata!
In questo preciso istante ho intorno a me almeno quattro oggetti diversi in grado di squillare per rompermi l’anima. Il bello è che a volte squillano tutti e quattro insieme, ma come si permettono?
Stamattina guidavo col mio auricolare bluetooth minuscolo che nel traffico mi fa sembrare un’esaltata che parla con i tergicristalli.
Ma che c’avrà mai da dirgli ai tergicristalli quella lì?
Compaiono numeri a fianco della scritta Gmail e mi ricordo di respirare che tanto c’è tempo per tutto, anche per il telefono che sta squillando.
E ora scusatemi, faccio colazione. Cappuccino e brioche. Roba che non necessita di segnali UMTS e connessioni wi-fi. Ogni tanto ci vuole, no?

Addendum: segnalo l’interessante post di mio marito. Una bellissima analisi sui comportamenti e sugli atteggiamenti che non condivido nei barcamp. La parte brutta della rete.

You’re so beautiful

Rossella, sei una donna bellissima.

La prima volta che me l’hanno detto ho pianto. Ho pianto perché nella mia testa aspettavo quella frase da tanto di quel tempo che avevo perso le speranze. Ho pianto perché me la stava dicendo la persona sbagliata e perché avevo perso anni desiderando di sentirla da un altro uomo continuando a negare il fatto che non me l’avrebbe mai detta.
In un attimo ho dovuto fare i conti con il concetto di donna.
Non potevo essere una donna. Essere una donna significa essere adulte e consapevoli del proprio essere, significa femminilità e sensualità e lo stare bene con tutte le proprie forme senza sentirsi un’estranea in un mondo di uomini.
Io non ero niente di tutto questo.
Il mio mondo era fatto di uomini. Che fossero amici, conoscenti, compagni d’università, amanti.
Ero l’unica ragazza in un mondo di uomini e la cosa difficilmente mi faceva sentire donna.
Prima a casa con un padre, poi a casa da sola.
Nessuna donna nella mia vita se non tre amiche che hanno sempre avuto caratteri molto forti, molto sicuri, che non parlavano mai di scarpe o di capelli ma solo di vita e di impegni e di quanto bisognava darsi da fare per i nostri sogni. In pratica erano, e sono ancora, uomini duri chiusi dietro bellezze disarmanti.
Ecco, loro probabilmente si sentivano già molto donne, ma io no. Ero ancora troppo insicura. Le ammiravo e basta pensando che “magari un giorno sarò come loro”.
Mi sentivo una ragazza, questo sì, una ragazza che divideva il suo corpo con un eterno maschiaccio.
Ma poi è arrivato quell’uomo con quella frase e io l’ho odiato. L’ho odiato perché mi ha fatto fare i conti con tutta una parte di me che mi impegnavo ad ignorare con estrema costanza.
Se ora mi guardo allo specchio mi vedo una donna; mi sento una donna in ogni singola fibra del mio essere.
Mi sento forte e potente e femminile e sensuale. Mi guardo e mi rendo conto di poter essere quello che voglio. Non c’è più solo quel maschiaccio. C’è anche quel maschiaccio, ma è tutta un’altra storia.
Ho lentamente tirato fuori tutto il resto di me. Ci sono voluti un estraneo e tanti anni per riuscirci.
E pensare che ora quella frase non mi stravolge. Mi lusinga, sì, ma non mi stravolge.
La sento dagli amici, dai conoscenti, da chi mi fa un apprezzamento incontrandomi, da chi vorrebbe flirtare con me.
Dopo anni però ho la fortuna di sentirla ancora dalla stessa voce di allora.
L’uomo che ho tanto odiato infatti non è altri che mio marito.
Chissà se si renderà mai conto di quello che è riuscito a stravolgere in me.

My ParmaWorkCamp

(Attenzione, questo post è fatto a pezzi. Abbiate pazienza.)

Vorrei dirvi che Fran è stata fantastica nell’organizzare il ParmaWorkCamp.
Dopo quasi due anni di camp posso tranquillamente dire che è stato uno di quelli con la migliore organizzazione.
Fran è una di quelle ragazze che non si possono non ammirare. Io la ammiravo già, il camp è solo una scusa in più per farlo.

Vorrei dirvi che mio marito si sta rivelando un fotografo niente male, ma vorrei anche aggiungere che mettermi in posa per lui è un tantino massacrante. Altri cinque minuti di pose e sarei andata ad affittargli una modella.

Vorrei dirvi che vedere gli amici ai camp è bello e strano allo stesso tempo, perché sei con loro ma solo per sporadici attimi tra un talk e un altro. Due chiacchiere brevi, un saluto e fai prima a rivederli con calma la prossima volta a casa tua, o loro, o alla prossima grolla.

Vorrei dirvi che incontrare tutta quella serie di conoscenti in cui ti imbatti da anni è rassicurante. Un ciao, un come va e sembra sempre che l’ultima volta sia stata ieri. Tipo Smeerch che non vedevo da mesi e a cui ho chiesto un favore per il quale lo ringrazio anche qui.

Vorrei dirvi che incontrare persone come laFraStark e Adamo che si divertono a giocare con tua figlia è semplicemente emozionante. Vederli con il sorriso perché la fanno ridere è qualcosa dal sapore fantastico.

Vorrei dirvi che mi sono mancate tanto due persone che sono riuscita a sentire solo per telefono.

Vorrei dirvi che sentirsi chiedere “Ma tu sei Ninna? Ma ciao, ti leggiamo sempre!” è qualcosa di destabilizzante e di piacevolissimo. Continuo a trovare semplicemente incredibile il giro di lettori che si ritrova ad avere questo blog.

Vorrei dirvi che questo postaccio da oggi cambia un po’ forma sperando che vi piaccia. Sì, dopo quattro anni cambia pure il suo titolo. Rossella e Ninna sono state e saranno sempre la stessa persona. Non ci sono personaggi, non ci sono mai stati. Ci sono solo io e il mio soprannome a cui non credo di saper rinunciare.

Vorrei dirvi che ci sono pure delle foto nuove insieme ad altre del matrimonio visto che qui ieri si è festeggiato il quarto mesiversario. Mica pizza e fichi, eh?

Alla fine v’ho detto tutto. Pensavo peggio.

Addendum: grazie Enrico. Grazie!

Altro-addendum: grazie Aurora. Grazie!

And I thank you for singing these tears

Ci sono solo due parole nella mia vita che mi mettono paura. Della prima non ho intenzione di parlare. La seconda invece eccola qui: si tratta della parola “cancro”.
Il cancro si è infilato a forza nella mia esistenza dieci anni fa e ci è sempre rimasto, un’esperienza dietro l’altra, una persona dietro l’altra.
Non che la mia storia sia eccezionale.
Uno dei miei professori all’università sosteneva che il cancro fosse diventato la malattia del secolo solo perché l’uomo, non morendo più di molte altre malattie, si ritrovava a vivere quanto bastava per finire in un bastardo gioco di probabilità.
Il cancro è poco più di una sfiga statisticamente parlando. L’incidenza di fattori genetici e cancerogeni può aumentare la probabilità della sua comparsa, ma non ci sono vere e proprie regole.
Un giorno una delle tue miliardi di cellule impazzisce ed il cancro è con te. Niente punizioni divine. Niente premeditazioni.
Fa paura come meccanismo? A me sì, ma non tanto per la morte che ne potrebbe derivare (ho già messo in conto che la morte fa parte della vita) quanto per la sofferenza di cui si circonda.
Ho visto persone che amavo e persone che amo sentirsi private del loro corpo, della loro dignità, della propria voglia vivere. Il cancro spesso scava nella pelle e nella carne e non c’è niente di metaforico in questa affermazione.
Sentire chi è sotto chemio o sotto radio affermare di non aver più desideri è una cosa che fa gelare il sangue nelle vene. Guardarli e vederli spenti nell’anima e nel corpo è qualcosa che ti lacera il cuore e che te lo lascia a brandelli.
E così sto tremando ancora. Quella che doveva essere una stupida operazione si è rivelata essere più lunga del previsto poichè si trattava di cancro.
E ora che si pensa? Ora che si fa? Ora che si dice? Niente di particolare, si continua come sempre.
Ho incoraggiato mio padre per anni alleggerendo il più possibile tutto quello che potevo e ora farò lo stesso con mia madre e non perché sia un mio dovere di figlia ma perché si tratta di combattere sempre e comunque senza mai perdersi d’animo.
No, non scrivo queste cose perché sono forte. Scrivo queste cose perché ci credo fermarmente. La questione è ben diversa.
Credo che lo spirito non vada perso, credo che la disperazione non serva a niente, credo che mantenere un certo ottimismo sia fondamentale, ma questo non mi ha risparmiato dal trattenere le lacrime fino a casa per poi lasciarne andare qualcuna o dal stringere i pugni talmente tanto forte per la rabbia da farmi male con le mie stesse unghie mentre per telefono mi spiegavano quello che era successo.
Ora ho semplicemente deciso che piangerò via questa paura e che la manderò di nuovo al diavolo sperando che non faccia troppo male a chi amo, sperando che non le lasci segni troppo profondi.
Cancro. Dio che parola dal suono sgradevole, riesce a darmi i brividi.
Ma nonostante il timore sono qui e mi sento stranamente pronta.
Ora come ora ho solo una domanda da fare: mamma, dimmi, sei pronta anche tu?

Do you see what I see?

Mi spiace.
Mi spiace di essere così.
Mi spiace di non seguire le regole, quelle buone solo per i greggi di pecore.
Mi spiace di non ignorare.
Mi spiace di alzare la voce e di battere i pugni, quelli che meritereste sulle vostre facce.
Mi spiace di pensare che i luoghi comuni siano solo posti di ritrovo per sfigati senza cervello.
Mi spiace di credere tanto nelle mie scelte.
Mi spiace di essere così testarda, così tenace.
Mi spiace di darvi indietro solo quello meritate.
Mi spiace di non dover cercare l’appoggio di altre persone deboli per stare bene.
Mi spiace di non essere accondiscendente e ipocrita e autoironica.
Mi spiace perché sarò la vostra più grande sconfitta e perché non potrete mai farci niente.

I can do it

Un piumone, un cappuccino e un iPod.
Un vestito a fiori, una doccia tiepida e il bacio di una bimba.
Una coccola, una delusione e un raggio di sole.
Mille cose da dire, poche parole e tanta buona volontà.
Buongiorno. A te. Come va? E chi lo sa? Va.
Una canzone, un paio di tacchi e lo sguardo di chi incrocio per strada.
Una mattina come tante, una di quelle in cui il treno è stranamente puntuale e allora decido che troverò le parole giuste per dare forma a quello che non riesco a scrivere.
Sì, ho deciso. Da ora si inizia.