May, 2009
C’era una casa tanto carina con il soffitto e la cucina.
Ci si poteva entrare dentro ma “non rovinate il pavimento”.
E si poteva far la pipì perché c’era un bel bagno lì.
Era bella, bella davvero, in via dei matti numero zero.
C’era una casa tanto piccina con tante luci e una cantina.
Ci si poteva dormire dentro e delirare a piacimento.
E si poteva mangiare i supplì e bere tanto mirto così.
Era bella, bella davvero, a Roma stava il suo imbarcadero.
C’era una casa tanto vicina ai cari amici della madrina.
Ci si poteva restar soli dentro per rifletter qualche momento.
E si poteva far l’amor lì senza correr come fo’ qui.
Ora è lontana, lontana davvero, ma la conservo in modo sincero.
Addendum: per gli affezionatissimi che lo vorranno posso buttare giù una breve “Guida ai deliri di Rossella”.
Provare per credere. No perditempo.
Vi capita mai di fermarvi a riflettere su cose decisamente più grandi di voi?
Ma che ne so! Sempre gli esempi volete. Non vi sta mai bene nulla.
Vediamo un po’: Dio, l’universo, l’entropia, il Grande Fratello, i frattali e il numero esatto delle puntate dei Simpsons.
Vanno bene?
Ottimo!
Comunque, ieri sera riflettevo sui mezzi migliori per tenersi in contatto con le persone che fanno parte della nostra vita.
Le mail? Il telefono? I social network? I piccioni viaggiatori?
E’ un bel dilemma, vero? Anche se una cosa l’ho capita: gli SMS sono davvero sopravvalutati, diciamocelo.
In questo periodo della mia vita mi chiedono spesso quando farò il secondo figlio. Nemmeno usano il “se”, usano direttamente il “quando” e questo non mi aiuta a smettere di pensarci.
Sì, ci penso spesso. Nonostante io ora non sia nelle condizioni fisiche ideali per una gravidanza ci penso spesso.
Penso a come sarebbe avere di nuovo il pancione e sentirla (o sentirlo) muoversi dentro di me mentre mi prende a calci (ma quanto belli erano i calci di Rebecca?). Penso a come affronterei la seconda gravidanza: con l’esperienza della prima starei più attenta a molte cose sperando di limitare eventuali problemi fisici.
Penso a come affronterei il parto. Col senno di poi forse sarei più preparata e non proverei quell’orrenda paura di non farcela.
Penso a come sarebbero i primi mesi con lei (o lui) senza il fantasma della depressione post-partum perché saprei riconoscerla, ne sono convinta, e saprei mandarla al diavolo.
Penso che mi godrei tutto ancora di più, ecco.
E poi penso a quell’infinita serie di interrogativi che riguardano questioni più pratiche che fisiche: riuscirei a fare tutto con due figli? Io e mio marito riusciremmo a respirare ogni tanto visto che sembra già non esserci mai tempo per niente?
Ma in fondo delle questioni pratiche me ne sono sempre fregata.
In un modo o nell’altro abbiamo fatto tutto quello che volevamo fare. Quando ci si supporta a vicenda e si collabora niente è impossibile. Basta solo volerlo e sapersi organizzare.
Mi piacerebbe una seconda possibilità per fare tutto ancora meglio.
Mi piacerebbe che Rebecca avesse un fratello o una sorella.
Mi piacerebbe sì, ma tanto ora non posso.
E poi programmare la vita non ha senso. Non c’è nessuna scaletta da seguire. Non ci sono copioni già scritti e ruoli prestabiliti.
Da tempo ho smesso di fare quello che si aspettano che io faccia quindi, per favore, usate il “se” in certe domande che il “quando” in realtà non sta scritto da nessunissima parte.
Sera, interno, letto.
Lui e lei non muovono un dito tra la stanchezza e gli effetti del caldo.
Lei tossisce forte, ma forte.
- Amore, però dovresti curarti di più.
- Ma non so cosa prendere.
- Intanto un’aspirina non ti farebbe male.
- Già. Esisterà una cura per un mal di gola che mal di gola non è ma che ti toglie la voce e le energie?
- Ma se hai una tosse che fa paura! Lo vuoi lo sciroppo?
- Sì.
- Te lo vado a prendere.
- Vedi?
- Cosa?
- E’ colpa tua.
- Eh?
- E’ colpa tua se sono così abituata a te che ti prendi cura di me, quindi non dirmi che dovrei curarmi di più. Mi hai abituata male!
- …
Sera, interno, letto. Lui le dà lo sciroppo così come lo darebbe a sua figlia.
La bacia, si abbracciano e crollano un altro po’.
Addendum: vorrei ringraziare Matteo per queste splendide foto quindi grazie, ecco.
Tanti auguri ancora cara Fra!
- Mamma? Come mai non parli?
- Non ho voce piccola mia.
- Perché?
- E’ andata via.
- Tu non preoccuparti che torna. Te lo dice Rebecca.
E così lei mi bacia sulla guancia prendendo il mio viso tra le sue mani di bimba e io mi accorgo di credere ciecamente in tutto quello che mi dice.
Credo che tu non sappia che le mie mani un tempo fossero sole.
Non avevano il tuo viso da toccare e le tue labbra da sfiorare con le dita.
Non avevano la tua pelle da stringere e i tuoi vestiti da slacciare.
Non avevano le tue di mani a tenere loro compagnia.
Fortuna che un giorno ti hanno incontrato.
Da quel giorno non riescono a fare a meno di te.
C’è un sole che spacca le pietre ed è tutto un via vai di maniche corte, di occhiali da sole e di sandali.
L’estate è nell’aria e in treno, così come in metro, si sentono le persone parlare di vacanze, prenotazioni e mare.
Io non so nemmeno se andrò in ferie quindi non tocchiamo questo tasto dolente. Forse la settimana di ferragosto, chissà.
Ma il punto non è questo.
Vi siete mai chiesti come sia girare con un ombrello grande, di quelli che non si piegano su stessi, in una giornata tipicamente estiva?
Ve lo dico io: vi guardano tutti male come se foste uccellacci del malaugurio.
Mi sembrava solo saggio riportare almeno un ombrello in ufficio.
E che sarà mai?
P.S: al diavolo quelle canzoni che nemmeno ti piacciono ma che ti si infilano a forza in testa (la citazione nel titolo è attualmente sotto inchiesta).






















