Non mi ha sorpreso il fatto che i piedi mi facessero male. In fondo stavo ballando su dodici centimetri di tacco. Non era nemmeno la musica troppo alta o i ragazzi che provavano a rimorchiare ogni forma di vita vagamente femminile con battute che non saranno brillanti nemmeno nel prossimo secolo.
E’ che proprio non ricordavo che quando si torna a casa dopo qualche ora in discoteca si viene colti da una fame pazzesca, di quelle che mangeresti una teglia di melanzane alla parmigiana alle tre di notte. Per la cronaca: le melanzane alla parmigiana non c’erano, ma tanta era la fame che le avrei preparate, cotte e divorate molto volentieri.
February, 2010
Sono ferma nel traffico che aspetto una telefonata di lavoro. Prima di mollare la macchina sulla circonvallazione di Milano e darle fuoco mi svago un po’ provando l’applicazione di Wordpress per iPhone. Che dite, funge?
La luce si fa sempre più forte e io non riesco a riaddormentarmi.
Non dovrei nemmeno provarci visto che tra cinque minuti suonerà la sveglia. Vorrei fare finta di niente e restare qui come se fosse notte, come se il giorno non arrivasse mai.
Ma la luce della mia volontà se ne frega e attraversa le tende bianche per ricordarmi di rifare tutto da capo, come sempre.
Ricordo che nella camera di quando ero bambina le tende erano di un bianco diverso da questo e che la luce non riusciva ad entrare perché mia madre tirava giù le serrande. La sensazione che dentro casa fosse buio nonostante fuori ci fosse il sole mi ha sempre stranito. Era come se fossi costretta ad ignorare il naturale scorrere del tempo. E il rumore della serranda che saliva rimbombava nella mia stanza mentre ero ancora sotto le coperte e mi entrava nel cervello facendo quasi male a tutti quei pensieri che dormivano ancora beati.
Nella casa che ho scelto per me le persiane rimangono sempre aperte e la luce fa quello che vuole in piena libertà. Sistemo le tende bianche in modo che dal letto si possa vedere una piccola striscia di cielo che oggi è azzurro, un azzurro forte e raro per questo pezzo di mondo.
Rimango sotto il piumone a guardare la luce che entra chiedendomi come si stia muovendo il mondo fuori da qui.
Chissà cosa staranno facendo le persone che amo. Chissà se anche loro guardano il cielo quando si svegliano.
Mio marito mi dice spesso che c’è una canzone il cui testo mi calza a pennello, perché quando non mi perdo dietro alle mie infinite pippe mentali riesco a fare tutto quello che voglio. Mentre portavo mia figlia a scuola la radio mi ha riproposto proprio quella canzone e mi sono ritrovata a cantarla, una parola dietro l’altra. Sapete cosa? Mio marito ha dannatamente ragione, perché quando arrivo al mio personale limite di annichilimento scatta un interruttore che mi porta a diventare più testa di c***o di quello che sono. Metto i paraocchi e tiro dritta come se il resto del mondo non esistesse. E’ l’istinto di sopravvivenza e di conservazione che vince su tutto. Seguo l’istinto. Non posso fare altrimenti.
Mi sono rinchiusa in un posto dove non provo nulla e dove tutto ha un solo colore e un solo sapore.
Ma presto uscirò di qui. E voi siete testimoni di questa promessa che mi sono appena fatta.
Mia figlia si sta portando avanti col lavoro. Non solo mi ruba i gadget delle GGD, ma mi dice pure cosa dovrei scrivere sul blog.
Mentre le facevo qualche foto con l’iPhone stamattina mi sono resa conto che lei è una di quelle persone che vengono identificate come nativi digitali. Per noi tutto questo (computer, internet, blog e via dicendo) è qualcosa che abbiamo scoperto lungo il cammino. Per lei invece è la normalità, un po’ come per noi lo è stata la televisione. Immagino che un giorno le racconterò dei VHS, dei walkman e del frontalino estraibile dell’autoradio. Chissà se mi guarderà come io guardavo mio padre quando mi raccontava del televisore in bianco e nero incassato in un mobile di legno grande quanto il mio comò e della sua prima macchina da scrivere. Ecco, ora mi sento vecchia.
Ho scoperto che scrivere un libro è un po’ come avere un bambino.
No, qui cose come il parto e il concepimento non c’entrano nulla.
E’ che quando diventi madre e ti chiedono “come va?” si riferiscono a tuo figlio e non a te.
Allo stesso modo quando si viene a sapere in giro che hai scritto un libro e ti chiedono “come va?” si riferiscono alle sue pagine e non a te.
Fortuna che ho quasi quattro anni di allenamento da mamma alle spalle.
E comunque io sto bene, grazie.
- Rossella, vieni alla Notte dei segreti di Style.it?
- Eh?
- Dai, vieni, ma mi devi raccontare un segreto.
- Seee…
- Eddai, essu, …
- E va bene.
Non è andata esattamente così ma era per farvi un riassunto. Alla fine alla Notte dei Segreti ci sono andata davvero: mi sono fatta tante risate (che non fanno mai male), ho tormentato i presenti con il mio nuovo obiettivo (fosse venuta qualche foto non li avrei torturati invano) e ho avuto l’occasione di incontrare un po’ di persone che non vedevo da un po’ (nota per me: fai più vita mondana). Ho pure scoperto che da ieri è partito il progetto Vanity People e che era il segreto che ci stavano tenendo nascos’… Come? Volete il mio segreto?
Ehm, ecco, io…
Vi lascio quelli degli altri partecipanti se volete. Passate a guardarli, ne vale la pena.
No, ehi, calma… Non vi arrabbiate sempre!
Ok, ok, ve lo lascio. Sono due video, dovete guardarli in ordine però.














