Sono partita da Roma convinta del fatto che lasciare Rebecca dai suoi nonni fosse la mossa giusta. Si vedono così poco durante l’anno e ho pensato che fosse fondamentale concedere loro queste due settimane per stare insieme. E infatti lei sta bene, si sta divertendo un mondo e mi fa chiamare dalla nonna per dirmi dei suoi progressi in piscina. C’è solo un piccolissimo problema: mi manca da morire. Come cavolo faccio a resistere senza di lei altri dieci giorni?
‘ About Rebecca ’
Mia figlia ha più di quattro anni e io non so dove sia andato a finire tutto questo tempo.
E’ una piccola donna con il suo carattere, le sue idee, i suoi gusti. Prende le sue decisioni.
Il ricordo di lei neonata tra le mie braccia sembra diventare sempre più sbiadito. E’ grande, è decisa e sta tirando fuori la testardaggine che io ho avuto da sempre, quella che si usa per scagliarsi contro i mulini a vento.
Quando la vedo così non riesco a considerarla una bimba. Ma poi capita che mi chieda di sistemarle i capelli e improvvisamente mi sento come quando l’ho tenuta in braccio per la prima volta. Ogni volta che le mie dita le spostano la frangetta dal viso l’amore che provo per lei diventa in un istante più denso e riesco quasi a toccarlo.
Forse devo smetterla di pensare al tempo che passa e godermi le nuove sensazioni che si intrecciano con la vita che cambia e che cambierà di giorno in giorno.
P.S: grazie per ieri sera, a tutti, per tutto.
Cara Rebecca,
a scriverti è la tua mamma. Non so se questo posto esisterà ancora quando saprai leggere. Non so se ci sarà quando avrai voglia di sapere chi ero prima di diventare la persona che hai davanti. Non lo so, ma non importa. Quello che conta è che sto scrivendo per te ora, nell’unico momento che conta davvero. Sai tesoro mio, è vero che il passato è importante così come lo sono i progetti per il futuro, ma quello su cui ti devi concentrare è il presente e fare il modo che sia sempre il migliore possibile. Provo con tutta me stessa a regalarti un presente che vale, ma un giorno spetterà a te farlo e spero che sarai ancora più brava di quanto potrò mai essere io.
Tu sai farmi riscoprire quella magia che si nasconde nella vita, quella che da soli non riusciamo più a vedere. Questi quattro anni, piccola mia, valgono più di tutti quelli che ho vissuto. Non mi resta che farti gli auguri e aspettare come sempre che tu mi dica “la mia mamma” perché di parole belle come queste ne esistono davvero poche, te lo posso assicurare.
Buon compleanno amore mio.
- Mamma?
- Dimmi amore.
- E’ vero che tu non mi lascerai mai sola?
- Mai mai.
- Ed è vero che mi vorrai sempre bene?
- Sempre sempre.
E mi abbraccia forte forte forte, come dice lei.
Mia figlia si sta portando avanti col lavoro. Non solo mi ruba i gadget delle GGD, ma mi dice pure cosa dovrei scrivere sul blog.
Mentre le facevo qualche foto con l’iPhone stamattina mi sono resa conto che lei è una di quelle persone che vengono identificate come nativi digitali. Per noi tutto questo (computer, internet, blog e via dicendo) è qualcosa che abbiamo scoperto lungo il cammino. Per lei invece è la normalità, un po’ come per noi lo è stata la televisione. Immagino che un giorno le racconterò dei VHS, dei walkman e del frontalino estraibile dell’autoradio. Chissà se mi guarderà come io guardavo mio padre quando mi raccontava del televisore in bianco e nero incassato in un mobile di legno grande quanto il mio comò e della sua prima macchina da scrivere. Ecco, ora mi sento vecchia.
Sera, interno.
Chiedo a mia figlia di salire sul divano con me e lei lo fa con un bel sorriso.
Mi si mette in braccio e inizia ad aprire la bocca come se urlasse, ma senza emettere suoni.
- Tata, ma che fai?
- Faccio la bimba piccola.
- Ah, le bimbe piccole fanno così?
- Sì, guarda!
E inizia a muovere braccia e gambe verso l’altro continuando a mimare un pianto.
- Ma tu lo sai perché hai visto una bimba piccola di recente o perché te lo ricordi?
- Mamma, io ricordo tutto. Ricordo anche come mi tenevi stretta. Ma che ti credi?
- …
Sera, interno. A quanto pare le “parole che sorridono” non finiscono mai.
Ieri sera eravamo a cena da amici. Non so come, tra un torroncino e un turno a nascondino con Rebecca, siamo finiti a guardare un po’ di foto. I miei amici, che sono tutti zii per lei, conservano le foto di mia figlia da quando è nata ad oggi. Tra una foto e l’altra ne è uscita qualcuna prodotta dalle loro macchine fotografiche che non avevo mai visto. Era il 13 settembre del 2008. Si sposava il mio più caro amico e Rebecca era semplicemente stupenda. Guardando questa foto mi sono innamorata ancora una volta di lei, come se quelle mille volte al giorno non fossero già sufficienti.

Da qualche giorno abbiamo cambiato il letto nella camera di nostra figlia.
Il lettino di legno con le sbarre ha lasciato il posto ad un futon ad una piazza e mezzo.
Lei è motlo contenta del cambiamento e nel letto grande ci si trova bene. In più il futon è già a terra e se dovesse rotolare fuori non si farebbe male.
Non pensavo però che mi sarei sorpresa di questa piccola rivoluzione o, meglio, evoluzione. Con un letto così grande io e mio marito possiamo sdraiarci con lei e restare lì qualche minuto prima che si addormenti. E’ molto diverso dal restare appoggiati al bordo del lettino e coccolarla da lì.
Ieri sera io e la piccola ce ne siamo rimaste abbracciate mentre suo papà ci raccontava di Cenerentola e di quelle disgraziate delle sue sorellastre.
Lei era al settimo cielo e io per un attimo mi sono sentita bambina tornando indietro nel tempo a quando ero io ad ascoltare mio padre che mi ripeteva che il mondo della fantasia è un mondo che non dovremmo mai scordare, nemmeno da adulti, per poi raccontarmi di principesse, di fate, di folletti, di gnomi e di paesi lontani lontani.
Mia figlia ha una toeria secondo la quale anche nelle scarpe delle bimbe ci sono i tacchi lunghi come in quelle delle loro mamme solo che questi tacchi dormiranno fino a che le pargole non avranno l’età giusta. Da quel momento in poi inizieranno ad uscire fuori un pezzettino alla volta per aiutarle ad imparare a camminare senza sentire troppo dolore ai piedi.
Ve l’ho mai detto che invidio la fantasia dei bambini?

