If I wear a mask I can fool the world
Nella vita bisogna imparare a concendersi certi lussi come quello di non comportarsi come fanno tutti gli altri solo perché “il mondo va così”. Il mondo lo facciamo noi, sveglia.
Nella vita bisogna imparare a concendersi certi lussi come quello di non comportarsi come fanno tutti gli altri solo perché “il mondo va così”. Il mondo lo facciamo noi, sveglia.
Insomma stamattina presto è successo che hanno operato mia mamma e che io non sono riuscita nemmeno a pensare fino a quando non ha squillato il telefono e che facevo le cose e parlavo e scrivevo meccanicamente facendo finta di nulla e che ho provato a spiegare a mio nonno che è andato tutto bene e che chi mi è amico ha tirato un sospiro di sollievo con me.
Succede sempre tanto, sempre in fretta, sempre senza respirare a fondo. Ma io sono fortunata ad avere amici così. Davvero tanto.
Ci sono le cose che si pensano ma che non si dicono perché no, non si può, non sta bene.
Ci sono le cose che si fanno ma che non si dicono perché no, non si può, non sta bene.
E poi ci sono le cose che si dicono ma che non si fanno perché no, non si può, non sta bene.
Beh, detto tra di noi: il no, non si può, non sta bene ha decisamente rotto le scatole.
Vorrei scrivere, davvero, ma ho le dita impegnate a torturare i vari pizzichi di zanzara che ho sulla pelle.
Scusatemi.
In questo periodo mi annoia quasi tutto. Tutto, tranne due cose. La seconda è questo blog.
Quando l’autobus arriva la mia pelle già non ne può più del sole. E’ troppo chiara e da troppi anni. Non è più abituata a quei raggi.
- Due adulti e una bambina.
- La bambina non paga.
Mi chiede un euro e trenta anche se ogni biglietto costa cinquantaquattro centesimi. Glieli do, perché di fare i conti con lui non ho proprio voglia. Tanto ognuno mi chiede una somma diversa.
L’autobus è quasi vuoto. Si vede che da Mellieha nessuno deve andare a La Valletta oggi. La maggior parte preferisce scendere giù nella baia per andare al mare.
Il viaggio dura quaranta minuti, forse quarantacinque, ma cosa importa? Guardo ogni pezzo di quell’autobus giallo arrivato dal passato. In alto, sopra le nostre teste, c’è la corda da tirare per prenotare la fermata. L’unica porta vicino al conducente resta aperta per tutto il tragitto.
Le case basse, tutte chiare, scorrono una dietro l’altra. L’ultima fermata è proprio davanti all’antica porta delle mura de La Valletta.
Scendiamo, ci guardiamo intorno. Siamo circondati da imponenti palazzi. Per la prima volta da che siamo sull’isola mi rendo conto di aver lasciato la guida in Italia e mi maledico.
L’avevo comprata una settimana prima di partire. Così imparo ad essere sbadata.
Ci incamminiamo sul grande viale fino alla Concattedrale di San Giovanni. Decidiamo di entrare. Mi danno uno scialle per coprire le spalle perché in chiesa non si entra senza maniche. Hanno ragione.
La chiesa è bella, ma di chiese ne ho viste tante e nulla mi colpisce fino a quando non mi ritrovo davanti a un enorme quadro di Caravaggio (la Decollazione di San Giovanni Battista). Resto ferma davanti a quel dipinto come impietrita. Il mio stomaco diventa piccolo. Un senso di nausea mi sale fino in gola.
Non mi succedeva dall’ultimo viaggio a Berlino.
Esco a prendere un po’ d’aria, perché una cosa che non manca sull’isola è proprio questo vento che viene dal mare e che rende il caldo molto più sopportabile che da noi.
Mi siedo su un gradino all’ombra e penso che mi ci voleva un viaggio a Malta per sentirmi ancora così indifesa davanti ad un’opera d’arte.
Mi guardo intorno. I balconi di legno colorati mi fanno venire voglia di trovarne di uguali in Italia.
Mia figlia mi corre intorno chiedendomi come si dice “fiore” in inglese. Glielo dico. Lei inizia a ripeterlo per un paio di minuti abbondanti sperando di non scordarlo.
Quando finisce mi abbraccia e mi dice che le piace scoprire il mondo con me e allora penso che quando di anni ne avrà venti e non più quattro le ricorderò di tornare a Malta e di rifare la stessa passeggiata per La Valletta.
Chissà se anche lei si farà travolgere come me dalla potenza di certe visioni.
Dopo una settimana a Malta ho capito due cose: che i libri quando si riempiono di sabbia mentre li leggi sono ancora più belli e che la guida al contrario mi viene naturale. Pensavo che mantenere la sinistra guidando col volante a destra sarebbe stato impossibile e invece confondevo solo le frecce coi tergicristalli. E che sarà mai? Volete mettere il piacere di avere il parabrezza pulitissimo?
Questo blog è in vacanza in una terra bianca fatta di vento, di sole e di mare, una terra dove gli autobus arrivano dal passato e non dalla fermata precedente, una terra dove il caldo non ti tortura e non ti stanca.
C’è qualcosa di mistico qui a Malta, qualcosa che si nasconde alla vista ma che si percepisce nell’aria.
Ve l’ho mai detto che ho sempre adorato esplorare?
Sono sul treno per Roma che mi chiedo se troverò il mio ponentino. Sì, lo so che non è solo mio, ma per me quell’aria rappresenta venticinque lunghi anni di vita. E’ come se avessi qualcosa sotto la pelle che si risveglia solo quando lo sento. E ci pensavo l’altro giorno a Roma, a quello che vedevo dal mio balcone, ai Castelli Romani in lontanza. Il mio corpo reagisce ai quei colori, a quei colli e a quell’azzurro che non trovo da nessun’altra parte. A volte ne trovo di simili, ma si somigliano appena, almeno ai miei occhi. Più mi avvicino e più i miei sensi rinascono. Mi basta vedere la Sabina per iniziare a sentirmi protetta da quel mondo che conosco a memoria in ogni sua sfumatura. E’ un legame viscerale quello che mi chiama verso la mia terra. Lo sento nello stomaco e negli occhi ogni volta che sto per avvicinarmi. A volte penso che solo Roma sappia tirare fuori il meglio di me. A Roma sono in equilibrio con quello che mi circonda e penso che a volte questo riesca a rendermi più bella.
P.S: scendo per questo motivo. Anche oggi chi c’è c’è, chi non c’è non c’è.
Vi segnalo la mia prima intervista riguardo al libro (mi sa che devo creare un’altra pagina sul sito di “Ti voglio vivere”).
Un grazie a Grazia!