‘ Reflecting ’

Can you feel a little love?

C’è un momento, durante il risveglio, in cui non si riesce a capire dove finisca il sogno e inizi la realtà.
E’ proprio in quell’istante che tutto quello a cui siamo abituati smette di esistere. Non c’è più il tempo, con le sue ore e i suoi minuti. Non c’è più lo spazio. Persino il letto su cui siamo sdraiati non ha più la stessa forma. A volte è infinito mentre altre sembra svanire nel nulla.
Ed è lì, mentre le dita cercano le lenzuola per tirarle un po’ più su, per coprire almeno il collo, che mi rendo conto di avere la prova della mia esistenza. Esisto perché lui mi bacia prima di uscire di casa. Esisto perché la prima parola che dice mia figlia quando si sveglia è “mamma”.

Time after time

Non avere tempo può portare a lamentarsi della mancanza stessa di tempo e di molto altro. A volte la si usa come scusa per evitare chissà cosa e chissà chi.
Eppure in questi ultimi giorni non ho avuto tempo e mi fa strano ammettere che non sarebbe potuto capitarmi di meglio.
Non sto bene come vorrei, ma ci sono quasi. Manca tanto così.

Addendum: non c’ho voglia di fare un altro post quindi le foto le metto qua.

Trenta

E’ il suono della parola, ecco cos’è.
“Trenta.” E’ ruvido. Resta sulla lingua.
Perché “venti” a confronto scivola via.
A pensarci “venti” mi permetteva tutto, tanto stavo crescendo, tanto stavo scegliendo una strada.
Ma “trenta” è tutta un’altra storia. Compio trent’anni, proprio oggi, e cosa ho combinato fino ad ora?
Forse tanto, forse niente. Non riesco a capirlo. Non così. Così è inutile.
Provo a dire “Ciao, sono Rossella e ho trent’anni” ed è come mandare giù un peso.
Lo sento passare nella mia gola. Non mi soffoca, questo no, ma scendendo graffia tutte le pareti. Sta tracciando lentamente le cicatrici che avrò domani.
E ce ne sarà una per il tempo che è passato e un’altra per le esperienze da non dimenticare e un’altra ancora per tutto quello che sono stata fino a questo momento. Perchè “trenta” sarà anche ruvido ma allo stesso tempo ha un vago sapore di consapevolezza, quella che cerco disperatamente da che sono nata.

Leave you now

Non so se la colpa sia dei miei occhi che provano ad illudermi per questioni di affetto o di nostalgia ma a me sembra che a Roma tutti i colori siano più forti e più belli, anche quelli più scuri.
E non so se siano le mie braccia a ricordare per me tutti gli anni passati insieme eppure quando stringo i miei amici di sempre io tremo per l’emozione.
Non riesco a capire, sul serio, come possa una città conservare così bene la mia anima insieme a tutte le altre.

It’s all a blur

Ci sono giorni in cui esser vaghi è dire poco. Ma non si è vaghi solo perché non si vuol dire o spiegare. Si è vaghi in tutto, nei pensieri, nella forma, nei gesti. Sono quei giorni in cui ti può sembrare di esserci e invece non ci sei. Sei altrove, tra ricordi e progetti. Sei in posto dove il presente non esiste, dove passato e futuro si confondono nella tua testa aggiungendo confusione al caos.

Pages and books

Ci son persone che io non le capisco, ma solo un po’, perché poi ognuno fa quel che vuole.
Io metto via le cose che non servono più. Loro mettono via gli altri quando, come capita con gli oggetti, non sembrano più interessanti, quando non rappresentano più la novità.
Per loro le persone che li circondano sono solo pagine di una rivista. Una volta finito di leggere poche righe si stufano e passano alla pagina successiva.
Mettono via una vita dopo l’altra senza discriminazioni. Prima di te è successo a molti. Dopo di te ce ne saranno ancora. Non si tratta nemmeno di una questione personale. Lo fanno con tutti.
Ma io continuo a non capire. Le persone non sono pagine. Sono storie. Sono libri ancora non finiti. Come si fa a metterle via e basta sostituendole, se non dimenticandole, con la pagina successiva come se non fossero mai esistite?
Ma poi ognuno fa quel che vuole, questo è chiaro.
Mi chiedo solo se riuscirò a capire meglio.

The far side of

Che poi è strano ricevere una brutta notizia in una giornata piena di belle sensazioni.
Mi sono sentita subito in colpa solo per averle provate e ho iniziato, chissà poi perché, a far finta che non siano mai esistite.

Utterly depressed

Non ho ancora trent’anni ma qualcosina l’ho imparata.
Ho imparato che non ci si deve vergognare di dire agli altri che si sta male.
Ho imparato che il dolore va affrontato subito perché altrimenti tornerà con tutta la sua violenza e ti ricorderà che non te la puoi cavare facendo semplicemente finta di niente.
Ho imparato che cercare vie di fuga o sfogarsi sugli altri serve solo ad alleviare il peso per qualche istante, ma niente di più.
Ho imparato che arriva sempre il momento della resa dei conti con quello che è stato e quando accade ti sembra che non sia passato nemmeno un giorno da quando hanno preso tutto quello che eri per annientarlo nel peggiore dei modi.
Ho imparato bene, se non a memoria, tutta la teoria su come gestire questo fantasma che ogni tanto prova a rubarmi l’anima.
E’ la pratica che mi frega.

Because I can

Mio marito mi dice spesso che c’è una canzone il cui testo mi calza a pennello, perché quando non mi perdo dietro alle mie infinite pippe mentali riesco a fare tutto quello che voglio. Mentre portavo mia figlia a scuola la radio mi ha riproposto proprio quella canzone e mi sono ritrovata a cantarla, una parola dietro l’altra. Sapete cosa? Mio marito ha dannatamente ragione, perché quando arrivo al mio personale limite di annichilimento scatta un interruttore che mi porta a diventare più testa di c***o di quello che sono.  Metto i paraocchi e tiro dritta come se il resto del mondo non esistesse. E’ l’istinto di sopravvivenza e di conservazione che vince su tutto. Seguo l’istinto. Non posso fare altrimenti.

(“Mors tua vita mea.”)

Again

Mi sono rinchiusa in un posto dove non provo nulla e dove tutto ha un solo colore e un solo sapore.
Ma presto uscirò di qui. E voi siete testimoni di questa promessa che mi sono appena fatta.