Ci sono cose che quando ti succedono ci pensi e ci ripensi perché non riesci a capire.
Ecco, ieri sera mi sono dimenticata quasi la metà della pasta che stavo cucinando nello scolapasta.
Metà l’ho condita, metà no, come se non esistesse nemmeno. E nella mia testa lo scolapasta era vuoto, lo posso giurare.
Questo è quello che mi succede quando prendo un po’ di sole, ne sono convinta, ma la giornata di ieri mi è piaciuta talmente tanto che sono disposta a ricommettere ancora questo errore, sperando che i miei commensali non decidano di strozzarmi.
‘ Stories ’
Prendo il treno e non la macchina perché voglio finire un libro.
Con i libri io sono così: se mi piacciono devo finirli il prima possibile.
Sfoglio una pagina dietro l’altra, sistemo meglio l’auricolare nell’orecchio destro. Chissà perché le cuffie non stanno mai su da sole.
Alzo lo sguardo per cercare di capire in quale stazione siamo arrivati ma subito dopo penso che non dovrei curarmene visto che scenderò al capolinea.
La stazione centrale è sempre gremita ed è sempre più fredda, nonostante fuori di lì sia iniziata una stagione più calda.
Prendo il nuovo ingresso della metro. Dopo i primi due gradini mi viene la nausea. Da un angolo sale un violento odore di urina.
Mi lascio il disgusto alle spalle. Alzo il volume della canzone che ascolto da che sono salita sul treno. Una pagina ancora e un’altra.
Leggo di qualcuno che non conosco, di un personaggio che potrebbe essere esistito o che non esisterà mai e nel mentre ascolto la voce di un amico.
Il caso vuole che nello stesso momento qualcuno stia ascoltando la mia di voce e ci tiene a farmelo sapere.
“E’ tutto un inseguirsi”, penso. E mi tuffo ancora nella realtà di quelle pagine che si alterna a quella che sbircio oltre i bordi del libro.
“Tu osservi sempre”, mi hanno detto. Ma io non so se sia vero. A modo mio osservo, questo sì. Cosa avrà di diverso da quello degli altri?
La canzone finisce ancora una volta. La mia fermata è la prossima. Mi alzo, mi sistemo la camicia.
Chissà da quale lato si apriranno le porte. Hanno tolto le piccole freccette sul tracciato delle linee. Ma perché? Erano così comode.
“Porta Genova, stazione di Porta Genova.”
Esco, respiro un’aria più pulita, anche se si tratta sempre dell’aria di Milano.
Si sente la pioggia, si avvicina sempre di più, e io sto bene. Mi basta un sorriso, un caffè e un saluto e mi rendo conto del fatto che dovrei riempirmi la vita di cose semplici come questa.
(In sottofondo “La qualità della vita” di Paolo Marasca.)
Ero sulla strada per la scuola che inveivo contro l’automobilista troppo lento, uno di quelli che vanno sempre a 20 km all’ora nonostante la strada libera.
In realtà non inveivo nemmeno. Dicevo solo “però, dai, essu, ma non si fa così”.
Sono arrivata, ho parcheggiato, ho salutato mia figlia. La maestra mi ha detto qualcosa sulla festa di fine anno che io non ricordo già più. Fortuna che ci lasciano dei biglietti da leggere.
Sono risalita in macchina, ho messo una canzone e sono tornata sulla stessa strada. Al primo semaforo mi hanno suonato, proprio a me, che in genere parto subito.
Appena oltre il mio cofano c’era un vecchietto che spingeva a mano la sua bicicletta. Era in strada non tanto per attraversarla da parte a parte quanto per girare intorno a un piccolo cantiere che gli ha impedito di proseguire come avrebbe voluto.
Sono rimasta lì a guardarlo. Il suo cappello, la sua bicicletta nera, vissuta, bellissima. Aveva passi decisi e occhi persi.
Mi hanno suonato perché ero lì ferma a chiedermi come sia possibile avere sicurezza nei passi mentre non la si ha nello sguardo.
Penso di essermi meritata quel clacson: così imparo a inveire contro gli automobilisti che la mattina preferiscono guardarsi intorno invece che correre come matti.
Anni e anni fa, quando questo blog era fatto più di spazi vuoti che pieni, un ragazzo mi mandò un testo.
- Che ci devo fare? – gli chiesi.
- Leggilo se puoi. E sempre se puoi registrati. – mi rispose lui.
- Perché?
- Perché vorrei sentire se suona bene. Ma se non vuoi non fa niente, davvero.
Ma a me quelle parole piacevano, presi coraggio e iniziai a leggerle. Dopo qualche giorno mi registrai. Erano poche righe, ma ci misi tanto, colpa di un po’ di imbarazzo, della parola che si poteva pronunciare meglio e delle pause troppo lunghe o troppo corte. Volevo che andasse bene.
Quel giorno sembra così lontano nel tempo e nello spazio. Quel giorno pare rubato a un’altra vita anche se si tratta sempre della mia esistenza, quella che scivola sulle curve di cerchi che a un certo punto si chiudono, come capita a tutti.
E così, quasi dal nulla, mi arriva una canzone, una di quelle che sono appena nate. Mi metto ad ascoltare con l’attenzione che si dedica a qualcosa di completamente sconosciuto fino a quando non iniziano le parole. Mi ritrovo a muovere le labbra mentre l’ascolto per la prima volta. L’effetto è indescrivibile, quasi sconvolgente. Io quelle parole le so ancora a memoria dopo tutti questi anni.
Non so cosa mi porti a cantarla ogni istante, ma questa canzone io la amo come poche altre nella mia vita.
Era una mattina grigia, di quelle che “non piove ma è come se”.
L’aula era quella del primo anno, quando eravamo ancora tanti.
Duecento iscritti. Lo dicevano come se fosse stato un record. Per una facoltà come biologia erano davvero tanti.
Ma c’era il trucco. Centosessanta avevano usato l’articolo 6. L’articolo 6 permetteva a tutti gli studenti che non avevano superato il test d’ingresso a medicina di poterci entrare l’anno successivo dopo aver frequentato il primo anno di biologia visto che gli esami propedeutici erano gli stessi.
E’ così avevamo quest’aula grande che sembrava un cinema. Io, insieme a un gruppo di pionieri della scienza, seguivo tutte le lezioni da quella che avevamo ribattezzato “la piccionaia”. Tutte, tranne genetica. Genetica era troppo bella.
Comunque in genere ero in alto, nelle ultime file, appena sotto il proiettore. In due semestri recuperai un’estate d’insonnia (le lezioni al buio sono subdole, che si sappia), diventai bravissima con gli origami (da qui si capisce il perché della poca serietà attribuita alla piccionaia), imparai a far comparire il simbolo di batman in mezzo al fascio di luce che attraversava l’aula nei momenti di noia, feci cinque esami, presi due trenta e rifiutai di farmi fare una domanda per la lode sentendomi dare della scema da tutte le persone al di fuori del mio corso.
Beh, vista da fuori è una cosa sciocca. Ma vista da dentro è tutta un’altra storia.
Perché dalla piccionaia, tra un pisolino e un ranocchia di carta, ero una delle poche, insieme al mio migliore amico, a ricordare al professore di istituzioni matematiche che per risolvere proprio quella funzione non servivano i numeri immaginari ma soltanto la stupidissima regola di Ruffini.
E a me sta cosa che lui snobbava Ruffini proprio non m’è andata mai giù. La matematica semplifica, non complica! Almeno questo era il mio punto di vista. E lui sempre a complicare tutto, come se il primo anno di università non fosse già sufficientemente difficile.
L’esame di istituzioni matematiche provai a farlo tre volte: la prima arrivai troppo tardi (l’aneddoto legato al primo esame mancato meriterebbe un libro), la seconda rifiutai un voto scarso (il professore amava torturarci tirando fuori solo argomenti fuori programma. Che cavolo lo fai a fare un programma se poi non lo usi?) mentre la terza presi trenta, che era quello a cui puntavo.
E fu durante quella mattina grigia che il professore mi disse “Oh, un bel trenta. Allora mi state ad ascoltare ogni tanto. Complimenti. Ha usato davvero pochi passaggi. Vuole una domanda per la lode?”.
Io sorrisi, misi il libretto sulla cattedra e dissi solo “no, grazie”. Avevo vinto.
Rossella 1 – Complicazioni 0
P.S: ho aggiornato l’about visto che la vita va avanti e io non riesco a starle dietro.
- Che hai? – le chiese lui vedendola più triste del solito.
- No, niente. – rispose lei piuttosto seccata.
- Che hai?
- Niente!
- Dai, dimmi.
- La vogliamo smettere per favore?
- Guarda che si vede benissimo che hai qualcosa che non va. – disse lui pensando di aver vinto.
- Io ho sempre qualcosa non va, così è fin troppo facile.
(Mi è presa a scrivere pezzi di non so cosa. Sorridete e annuite, grazie.)
La stessa canzone era iniziata per la terza volta. In quel bar probabilmente erano fan sfegatati di Michael Jackson.
Lei continuò a giocare con le due cannucce che le avevano portato nell’enorme bicchiere pieno di spremuta d’arancia.
Faceva finta di non volere, di non pretendere. Faceva solo finta di ascoltare.
Non voleva farsi vedere mentre gli fissava le labbra. Era come ipnotizzata dal suono della sua voce.
L’ultimo sorso, stranamente più aspro degli altri, la riportò alla realtà, alle macchine che passavano sulla via, alle persone che cercavano un posto nei tavoli vicini. Passeggiarono per cinque minuti prima di tornare alla macchina. Per tutto il tempo lei si chiese se lui avesse capito la sua voglia di essere semplicemente baciata.
La luce si fa sempre più forte e io non riesco a riaddormentarmi.
Non dovrei nemmeno provarci visto che tra cinque minuti suonerà la sveglia. Vorrei fare finta di niente e restare qui come se fosse notte, come se il giorno non arrivasse mai.
Ma la luce della mia volontà se ne frega e attraversa le tende bianche per ricordarmi di rifare tutto da capo, come sempre.
Ricordo che nella camera di quando ero bambina le tende erano di un bianco diverso da questo e che la luce non riusciva ad entrare perché mia madre tirava giù le serrande. La sensazione che dentro casa fosse buio nonostante fuori ci fosse il sole mi ha sempre stranito. Era come se fossi costretta ad ignorare il naturale scorrere del tempo. E il rumore della serranda che saliva rimbombava nella mia stanza mentre ero ancora sotto le coperte e mi entrava nel cervello facendo quasi male a tutti quei pensieri che dormivano ancora beati.
Nella casa che ho scelto per me le persiane rimangono sempre aperte e la luce fa quello che vuole in piena libertà. Sistemo le tende bianche in modo che dal letto si possa vedere una piccola striscia di cielo che oggi è azzurro, un azzurro forte e raro per questo pezzo di mondo.
Rimango sotto il piumone a guardare la luce che entra chiedendomi come si stia muovendo il mondo fuori da qui.
Chissà cosa staranno facendo le persone che amo. Chissà se anche loro guardano il cielo quando si svegliano.
Qui in casa da qualche giorno c’è un vassoio con dei dolci tipici di carnevale. Me li ha portati un’amica che è passata a trovarmi.
A Roma le chiamiamo le “frappe”. Nel tempo ho scoperto che vengono chiamate con mille nomi diversi.
Le frappe sono un dolce semplice che ho visto fare a quasi tutte le ragazze e le donne che conosco. Mi dicono tutte che “non ci vuole niente a farle!” e io mi sono sempre fidata.
Ma a me non piace fare dolci. Ogni tanto ritrovo il piacere di cucinare e di provare nuove ricette, ma i dolci li evito.
Forse preparo un ciambellone ogni morte di papa, ma niente di più.
Mi ricordo ancora la mia prima e ultima sacher. Sembrava un pezzo di marmo. Avrei potuto ucciderci qualcuno tirandogliela addosso. Chissà i titoli dei giornali. “Sventurato muore per torta in faccia.”
Ma una volta le ho fatte anche io le frappe. Ero nella cucina della nonna di una mia amica. Era un pomeriggio di febbraio e avrò avuto quindici anni.
La mia amica già sapeva cucinare di tutto a quell’età. Sapeva stendere la pasta, fare i tortellini, preparare l’arrosto.
Io al massimo sapevo capare i fagiolini: anni e anni di domeniche pomeriggio passate a caparli insieme a mia nonna.
E così, visto che si avvicinava il martedì grasso o il giovedì grasso o quel che era di grasso, la mia amica si mise a fare le frappe chiedendomi di darle una mano.
Feci tutto quello che mi disse, senza mai prendere nessuna iniziativa ma, mentre le sue frappe erano perfette, le mie erano tutte storte e accartocciate.
Pensai di essere senza speranze finché lei non mi disse che le sue la prima volta era venute ancora peggio.
Ecco, del carnevale il mio più bel ricordo è questo: il pomeriggio delle frappe.
Per il resto a me non è mai piaciuto mascherarmi e lanciare coriandoli. Alle feste lasciavo il carnevale agli altri bambini.
Li guardavo in tutti quei vestiti colorati dai tessuti pesanti e impossibili e lasciavo che fossero solo loro a sudare dietro le maschere.
Io mi sedevo da una parte aspettando che si stancassero. Ricordo il mio grande vestito rosa e il cappello a tesa larga con i fiori.
- Da cosa sei mascherata Rossella?
- Da Rossella O’Hara. – rispondevo io con una certa rassegnazione.
- E chi è?
- Non lo so. So solo che si chiama come me.
- Ma che fa questa?
- Boh! Mia mamma dice che è una famosa.
- Ah, se lo dice lei…
In questi giorni sto sperimentando una vita diversa in una casa romana che mi hanno gentilmente prestato.
Approfitto di questo breve periodo di isolamento per terminare l’opera, come la chiamano loro.
Sono strani giorni fatti di noia, di caffè, di parole e di raggi di sole. Da qui si vedono i tetti di San Lorenzo e si sentono, anche se non si riescono a capire le parole, gli annunci dei treni in partenza e in arrivo alla stazione Termini.
E poi ci sono i rumori. Ogni casa ha i suoi rumori e sto provando a prenderci un po’ di confidenza per non farmi trovare impreparata. Ci sono gli scricchiolii, c’è l’acqua che passa nei tubi, c’è il vento che soffia tra i mobili del terrazzo. Riesco a concentrarmi molto di più qui che altrove ma, nonostante questo, non vedo l’ora di tornare a casa mia per addormentarmi di nuovo tra le braccia di mio marito.
Avevo completamente dimenticato come fosse addormentarmi da sola e posso solo dire che ho intenzione di scordarlo di nuovo, al più presto.