C’è una cosa che mi turba un po’ vista l’avventura che sto intraprendendo di recente.
A me non piace parlare di libri, ecco.
Lo dicevo l’altro giorno ad uno scrittore. L’ho ripetuto stamattina ad un altro.
Non capisco perché si debba analizzare ogni singola riga. Alla fine si tratta di sensazioni. Quando leggo provo un’emozione, come tutti, che non cambierà nonostante tutte le analisi del mondo. Che sia ridere o commuoversi o annoiarsi a tal punto da farmi venire voglia di gettare il libro dalla finestra non fa alcuna differenza. Le parole che verrano dopo non cambieranno quello che sto provando in quel momento, così come non cambieranno le emozioni provate dallo scrittore mentre sta dando vita alla sua storia.
Ma come si può riassumere qualcosa di così personale con un giudizio che sarà sicuramente soggettivo?
Quello che per me è stato bello lo sarà anche per te?
Quello che ho trovato brutto e noioso farà lo stesso effetto anche a te?
E se quelle righe che mi hanno emozionato al punto di farmi piangere a te non dicessero assolutamente nulla e viceversa?
Un libro cerca appigli tra le mie esperienze per entrare in contatto con me. Cerca interruttori per farmi distrarre, ridere, riflette. A volte tutto questo avviene. Altre non succede un bel niente. Ma c’è una cosa che resta sempre: la sensazione che mi porta a pensare che tanto non riuscirò mai a spiegarti i miei perché.