Qui in casa da qualche giorno c’è un vassoio con dei dolci tipici di carnevale. Me li ha portati un’amica che è passata a trovarmi.
A Roma le chiamiamo le “frappe”. Nel tempo ho scoperto che vengono chiamate con mille nomi diversi.
Le frappe sono un dolce semplice che ho visto fare a quasi tutte le ragazze e le donne che conosco. Mi dicono tutte che “non ci vuole niente  a farle!” e io mi sono sempre fidata.
Ma a me non piace fare dolci. Ogni tanto ritrovo il piacere di cucinare e di provare nuove ricette, ma i dolci li evito.
Forse preparo un ciambellone ogni morte di papa, ma niente di più.
Mi ricordo ancora la mia prima e ultima sacher. Sembrava un pezzo di marmo. Avrei potuto ucciderci qualcuno tirandogliela addosso. Chissà i titoli dei giornali. “Sventurato muore per torta in faccia.”
Ma una volta le ho fatte anche io le frappe. Ero nella cucina della nonna di una mia amica. Era un pomeriggio di febbraio e avrò avuto quindici anni.
La mia amica già sapeva cucinare di tutto a quell’età. Sapeva stendere la pasta, fare i tortellini, preparare l’arrosto.
Io al massimo sapevo capare i fagiolini: anni e anni di domeniche pomeriggio passate a caparli insieme a mia nonna.
E così, visto che si avvicinava il martedì grasso o il giovedì grasso o quel che era di grasso, la mia amica si mise a fare le frappe chiedendomi di darle una mano.
Feci tutto quello che mi disse, senza mai prendere nessuna iniziativa ma, mentre le sue frappe erano perfette, le mie erano tutte storte e accartocciate.
Pensai di essere senza speranze finché lei non mi disse che le sue la prima volta era venute ancora peggio.
Ecco, del carnevale il mio più bel ricordo è questo: il pomeriggio delle frappe.
Per il resto a me non è mai piaciuto mascherarmi e lanciare coriandoli. Alle feste lasciavo il carnevale agli altri bambini.
Li guardavo in tutti quei vestiti colorati dai tessuti pesanti e impossibili e lasciavo che fossero solo loro a sudare dietro le maschere.
Io mi sedevo da una parte aspettando che si stancassero. Ricordo il mio grande vestito rosa e il cappello a tesa larga con i fiori.
- Da cosa sei mascherata Rossella?
- Da Rossella O’Hara. – rispondevo io con una certa rassegnazione.
- E chi è?
- Non lo so. So solo che si chiama come me.
- Ma che fa questa?
- Boh! Mia mamma dice che è una famosa.
- Ah, se lo dice lei…