La porta di casa rimbalza senza chiudersi. Sento i passi sulle scale allontanarsi.
Il rumore attraversa il vuoto che si è impossessato della mia testa.
Non riesco a muovermi. Non riesco a fare niente. Respirare mi sembra solo una lenta tortura.
Alzo gli occhi. C’è il divano e la luce che viene dalla lampada dietro il suo schienale.
Con le dita sento le linee di fuga del parquet. Mi è sempre piaciuto il parquet di questa casa.
Dio, Rossella. Fai qualcosa. Non puoi rimanere per terra così.
Allungo una mano per afferrare il filo del telefono che pende dal tavolino.
Non ci arriverò mai.
Il telefono cade per terra, vicino alla mia faccia e io non chiudo nemmeno gli occhi. Ora sarebbe inutile.
Faccio il numero senza guardare la tastiera.
Dall’altra parte squilla.
Fa che sia in casa. Fa solo che sia in casa.
- Pronto!?!
- Sono Ross’…
- Rossella! Ma ciao! Quale fratello cerchi? Il solito?
- Sì.
- Che hai?
- Niente.
- Ora te lo passo.
Il minuto che passa mi pare un sollievo. Parlare è inconcepibilmente pesante ma ho bisogno di qualcuno che mi faccia urlare.
- Oi! Ti pensavo giusto due minuti fa. Staser’…
- Riesci a venire qui ora?
- Sì, ma che succ’…
- Riesci a venire qui ora?
- Rossella, che hai?
- Aiutami.
- Arrivo in due minuti. Dove sei?
- A casa.

- Non intendevo questo. Dove sei?
- Vicino al divano.
- Non ti muovere di lì.
- Non ci riesco.
- Arrivo.
Sto contando. Duecentocinquantuno, duecentocinquantadue e le dita giocano con le fughe del parquet.
Sembra un gesto così rilassante.
Sento l’ascensore arrivare al quinto piano. Si ferma. Le varie porte vengono aperte e richiuse. Il rumore è insopportabile.
Duecentocinquantatre, duecentocinquantaquattro.
Un passo dentro il mio appartamento, solo uno, e io inizio a piangere.
- Ma porca di quella troia. Che ti hanno fatto?
Ora posso urlare. Ora la tortura è davvero finita.